Alberto Giacometti, mostra Parigi 1969 vista da Antonio Del Guercio, storico dell’arte

mostra Giacometti

mostra Giacometti

Mostra Alberto Giacometti a Parigi nel 1969 vista dallo storico dell’arte Antonio Del Guercio. Una grande mostra di più di 300 opere, sculture, pitture, disegni, dal 1913 al 1965, ripropone (Orangerie des Tuileries, ottobre 1969 – gennaio 1970), a poco meno di quattro anni dalla morte, la personalità straordinaria di Alberto Giacometti.

mostra Giacometti

mostra Giacometti, poster

Annota assai acutamente Jean Leymarie, nella prefazione al catalogo della mostra, che “il carattere dell’uomo e la singolarità dell’arte sua… Non possono essere pienamente affermati se non ci si riferisce all’aspro paese natio, l’alta vallata alpina dei Grigioni, nella sua estremità più fortemente caratterizzata, il paesaggio metafisico evocato da Nietzsche, attraversato da Rilke, illustrato da Segantini. È lo sbocco del millenario corridoio di passaggio tra le cupe foreste germaniche e l’assoluta apertura verso i laghi italiani”. E la visione “delle alte vette nevose, a petto del vuoto trafitto del reale”, di cui ancora parla Leymarie, pare la trascrizione d’uno dei suoi Paesaggi di Stampa, il paese dove nacque.

I luoghi di Giacometti, dunque: mai dimenticati, anzi sempre rivisitati (anche per il legame fortissimo con la madre). Dopo l’emigrazione, nel 1922, a Parigi. E, con i luoghi, un ambiente familiare che predisponeva il giovanissimo Alberto Giacometti a precoci apertura culturali, collegandogli le radici locali a molti rami d’esperienza internazionale: il padre Giovanni, pittore post-impressionista assai noto; lo zio Augusto, pittore simbolista che si unì ai dadaisti e fondò nel 1919, assieme ad Arp, Baumann, Eggeling, Janco, Richter e altri, l’Associazione degli artisti rivoluzionari, il cui manifesto appare strettamente affine al programma dei costruttivisti russi. E sappiamo dall’enorme impressione suscitata sul giovanissimo Giacometti dalla rivoluzione d’Ottobre. Luogo curioso davvero la Svizzera di quegli anni, in quegli ambienti, almeno, frequentati da artisti e rivoluzionari di tutti i paesi in guerra; il Dadaismo si scatenava al cabaret Voltaire a Zurigo nella Spiegelstrasse, proprio dove abitava al numero sei, “un signore il cui nome, se non vado errato, era Ulianov-Lenin. Ogni sera era costretto a sentire la nostra musica e le nostre invettive, non so proprio se ne traeva qualche piacere o qualche motivo di interesse. E quando aprimmo la galleria della Bahnhofstrasse, i russi partirono per Pietroburgo, per impiantarvi la rivoluzione…” (Hugo Ball).

Non meraviglia insomma che per tutta la vita Giacometti mantenesse ben fermi quegli orientamenti rivoluzionari (anch’essi criticamente fondati sulla stessa permanente interrogazione anti-dogmatica che è nell’arte sua) che ancora nel 1962, proprio su queste colonne, ribadiva senza mezzi termini; e non senza una punta esplicita di fastidio per quei suoi critici che fraintendevano il suo tema della solitudine, lui che, al tempo del Fronte Popolare in Francia, a un intervistatore che gli aveva chiesto “dove va la pittura?”, aveva semplicemente risposto col disegno d’un uomo con il pugno chiuso in marcia con i suoi compagni.

Ma è dentro la vicenda artistica di Giacometti scultore e pittore che va cercata la risposta affermativa alla complessa problematica che egli stesso, altamente attrezzato sul piano filosofico e culturale, e i suoi più acuti esegeti (Sartre, in primo luogo, con il quale si lega di profonda amicizia nel 1940) hanno posto innanzi.

Prima di andare a stabilirsi a Parigi, aveva soggiornato in Italia, nel 1920 nel 1921 a Venezia, Padova, Assisi, Roma; senza qui tracciare in dettaglio la mappa dei fatti che lo interessavano, vorrei solo sottolineare che, dall’arte egizia delle raccolte vaticane ai futuristi, passando per Giotto, Bellini, il Tintoretto e Borromini, sempre egli inseguiva, fin d’allora, un preciso tema: la struttura dello spazio, e l’organizzazione e il senso delle cose nello spazio, e il rapporto tra movimento e stasi, e (ancora) il senso del movimento e della stasi nella pittura, nella scultura e (anche questo va rilevato) nell’architettura e nell’urbanistica.

catalogo mostra Giacometti

catalogo mostra Giacometti Orangerie des Tuileries, 24 ottobre 1969 – 12 gennaio 1970

Dopo questa fase di interrogazioni giovanili, si verificano a Parigi il contatto con il cubismo e il successivo orientamento verso il surrealismo. Se il cubismo interessava soprattutto come essenzialità plastica e tensione di strutture, il surrealismo cominciava a fornirgli quelli che potrebbero definirsi come dei contenuti: soprattutto in due direzioni, quella erotica e quella “spiacevole” (prendo il termine dal titolo d’una sua opera del 1931, Oggetto spiacevole). Quest’ultima direzione appare fondamentale, come attenzione continua a contenuti di pericolo, di minacce, di trauma, che a un certo momento qualificano le stesse tematiche erotiche o genetiche, imprimendo loro una tonalità allarmante, disagiata. Nel 1935 è la sua rottura con il movimento surrealista, e per 12 anni rinuncia a esporre, se non le opere surrealiste in rassegne collettive. Ed è in quei 12 anni che egli matura i termini della definizione piena della propria ricerca: tra l’altro, in una sorta di spola continua tra il lavorare davanti al modello e il lavorare di memoria.

Il risultato conclusivo di questo lungo travaglio è la realizzazione delle istanze che, da giovane, lo avevano mosso allo scavo attento d’un arco lunghissimo di esperienze storiche; una realizzazione, s’intende, che l’attraversamento, per così dire, del cubismo e del surrealismo caricava di tutta la problematicità attuale della ricerca contemporanea. Ma si deve sottolineare il ruolo decisivo dell’incontro con l’ambiente culturale parigino degli anni tra il 1935 e il 1955 (dal sodalizio, avviato nel 1935, con pittori come Balthus, Gruber e Tal Coat, all’amicizia con Jean Genet, a partire dal 1954), e più particolarmente dell’incontro con Sartre nel 1940. A questo proposito, credo che si possa dire che tutte le giovanili domande che egli si era posto (sullo spazio, sulle cose nello spazio, sui rapporti delle cose tra di loro nello spazio, sul movimento, sulla stasi, eccetera) gli tornano complicate (ma al tempo stesso dominate intellettualmente e plasticamente per il lungo accumulo di esperienze) dal tema delle loro relazioni infinitamente mobili e infinitamente imprevedibili, con il soggetto; anzi con i soggetti diversi dell’artista e del destinatario.

Soggetti, appunto, pensati in movimento nel fluire aperto del tempo e della storia che li muta ad ogni momento, nel concreto dell’esistenza, mentre le cose stesse pure mutano, corrodendosi, tramutandosi e riproponendosi nuove.

Antonio Del Guercio

Antonio Del Guercio, L’oggetto l’immagine il tempo – Fausto Fiorentino editore

Sicché tutto quello che si sa è sicuro nei tempi brevissimi della percezione immediata, incerto nei tempi medi della costruzione plastica, aleatorio nei tempi lunghi della fruizione storica, mentre i diversi ritmi di sviluppo tra tutte le diverse concrete esistenze nel tempo e nella storia creano quella drammatica distanza tra l’artista e ciò che egli rappresenta, che è stata il tormento perpetuo di Giacometti.

Una distanza che l’artista è tenuto a cercare di ridurre al minimo termine, nella misura che egli sente la necessità sociale (Socialista egli disse più volte) della comunicazione critica dei messaggi. Ma che non può mai essere abolita del tutto, pena la rinuncia al carattere critico della comunicazione sociale. In altri termini tutte le difficoltà (e persino le impossibilità) inerenti alla dinamica conflittuale delle cose nella realtà fisica e nella realtà storica sono anche del soggetto stesso, anzi dei soggetti stessi (artista e destinatari), e devono essere trascritte in una rappresentazione che punta a dichiararle fino in fondo. L’opera dunque non è mai conclusa, e tantomeno perfetta, ma è come il tracciato sismografico del movimento fisico, sociale e mentale delle cose e dei rapporti sociali e umani nello spazio e nel tempo.

Quel che è straordinario in Giacometti, e che tutta questa tematica – qui per necessità assai schematizzata – non si risolve mai in una sublimazione idealistica delle realtà concrete. Lo spazio, nell’intrico dei segni febbrili e precisi della sua pittura come nello smagrimento denudato dei suoi corpi in scultura, non diventa mai il puro luogo simbolico di una sia pur alta avventura di teoremi critici. Fisicità elementare, organicità biologica, individuazione tipologica, concretezza rappresentativa essenziale delle sistole e delle diastole dell’organo urbano, ossessioni quotidiane di vita e di morte, tutte queste cose emergono nella loro viva pregnanza non meno che nella loro inestricabile commistione alle più ardue domande della ragione critica.

Giacometti

visto da Antonio Del Guercio

per una mostra di Alberto Giacometti a Parigi di fine 1969, dalla raccolta di articoli e saggi di critica d’arte contemporanea L’oggetto l’immagine il tempo – Fausto Fiorentino editore, 1974

Il libro del dello storico dell’arte Antonio Del Guercio è in consultazione – per i soci dell’Associazione Culturale – presso via Jommelli 24 a Spazio Tadini, a Milano: casa museo diretta e fondata da Francesco Tadini e Melina Scalise. Leggi anche il blog / magazine Milano Arte Expo, realizzato e aggiornato da Spazio Tadini e dai suoi collaboratori.

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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