Arte contemporanea, Milano: Tadini, catalogo della mostra del 1995

arte contemporanea Milano

arte contemporanea – dettaglio da un’opera di Tadini

Arte contemporanea, Milano: Tadini, catalogo della mostra del 1995 in galleria Galaverni a Reggio Emilia. Seconda parte del testo critico di Sandro Parmiggiani (> clicca qui per leggere la prima). Immergersi nella pittura di Emilio Tadini è un lungo, affascinante viaggio negli strati di un’opera intellettualmente assai complessa – sarei tentato di alludere alle venature del legno e alle sedimentazioni geologiche –, un viaggio al cuore dell’opera – in verità più che verso la luce, verso la tenebra – per avvicinamenti progressivi, per letture differenziate a seconda degli strumenti conoscitivi di cui si dispone. Ci si può fermare alla corteccia, splendida, della sua pittura – e già questo è un piacere per l’occhio – o tentare di andare oltre, per capire la sua idea dello spazio pittorico, il crogiolo di culture che essa ha saputo fondere e racchiudere in sé, la sua capacità di liberare il ricordo, di scatenare l’immaginazione del futuro che ci aspetta, il sogno.

Tadini

Tadini mostra Reggio Emilia – catalogo con testo di Sandro Parmiggiani

Cercherò, insomma, di spiegare le ragioni del mio amore per questa pittura, un amore di lunga data, nato alla fine degli anni sessanta e che è cresciuto man mano che andavo afferrando alcuni dei fili della sua complessità – non tutti sono ancora nelle mie mani, certo: le grandi opere conservano sempre una zona buia, inaccessibile, di impenetrabile mistero. C’è innanzitutto un’intima coerenza, pur nel divenire dei motivi e delle forme, nei dipinti, nei cicli – al cui interno ogni quadro è una sorta di capitolo, di pagina di un racconto che si snoda – che Emilio Tadini ha realizzato negli ultimi trent’anni.

Dopo l’esordio raffinato, e un po’ furtivo, negli anni 50 e nei primi anni 60, all’insegna di Paul Klee e Max Ernst, l’artista ha saputo fondere e fare vivere nelle sue opere, con una straordinaria felicità e freschezza, un vasto intreccio di culture, di riferimenti e di suggestioni.

Il primo, immediato livello di seduzione della sua pittura è la forza espressiva delle immagini, tanto nettamente definite nei loro contorni, semplificate nella loro forma, rese, negli anni recenti, ancora più dirompenti dalla traccia della pennellata e dall’urlo del colore, dalla sfida insolente dei blu, dei rossi, dei gialli alla nostra retina, dopo che per tanto tempo l’artista aveva usato grigi freddi, marroni bruciati e, per un periodo, azzurri dagli estenuati toni morandiani. La presenza di quelle figure e di quegli oggetti non è muta, induce impressioni, sentimenti, pensieri, stabilisce relazioni. Tadini naviga al largo di tutta una certa tradizione pittorica italiana del dopoguerra (dal realismo all’astrattismo, all’informale, per non parlare delle due grandi “mode” che hanno imperato per vent’anni: l’arte povera e la transavanguardia”; sembra invece voler battere quella che Beckmann riteneva, nel 1920, essere la strada per “giungere nuovamente ad un grande sentimento dello stile”: “l’amore alle cose per se stesse”. Come in ogni pittura colta, tuttavia, nulla è casuale. Tadini estrae, sradica le immagini dal loro contesto abituale, le sveste dall’intreccio di relazioni in cui siamo abituati a conoscerle – allo stesso modo con cui la pop art guardava agli oggetti e alle immagini di consumo; non certo, in Tadini, con lo spirito pacificato e subalterno di alcuni americani, che, in fondo, portavano il loro contributo alla ulteriore mitizzazione delle immagini di massa, ma piuttosto con l’occhio acuto, inquieto degli inglesi – un nome per e su tutti, quello di Ronald Kitaj –, che cercavano di restituire umanità e dignità alle immagini stereotipe, di togliere loro quella parte di significati più banali e consueti che le stavano soffocando.

Tadini

Tadini – dettaglio da un’opera del pittore – archivio Spazio Tadini

Quanto amore per figure e le cose, per la loro essenza, per il loro sapore e aroma, che desiderio struggente di riappropriarsi di qualcosa che pure viene drammaticamente sentito lontano e perduto per sempre, tanto che non lo si potrà più stringere, c’è nella nettezza che Tadini dà ai loro contorni, come se volesse “staccare” le figure dalle cose, togliere tutto quello che vi si frappone, per farci toccare con mano la distanza incolmabile che le separa! Tadini, lucidissimo teorico dell’arte contemporanea, ha del resto scritto: “Le parole chiamano la figura che si allontana dopo la separazione: cercano di chiamarla indietro. Le immagini ce ne portano il simulacro, la figura. Parole e immagini sono gli organi della nostalgia. Tra la pittura e la cosa c’è la stessa distanza che c’è fra la cosa e l’occhio che la guarda. L’occhio non fa che misurare distanze. La pittura non vuole “riprodurre” né il corpo né la figura. Vuole rappresentare ciò che separa il corpo dalla figura”. C’è, in fondo, una vena di amorosa crudeltà in questa pittura, una passione del vero, un rifiuto del sentimentalismo edulcorato, che sempre offusca e confonde. Sarebbe tuttavia illusorio, davanti ai suoi dipinti, fermarsi alla superficie: lui pensa per immagini, bisogna dunque immergersi nel corpo della sua pittura contemporanea, continuare ad ascendere la montagna.

Figure e cose sono, nei dipinti di Emilio Tadini, organizzate in uno spazio che pare avere perso i consueti centri di gravità per trovarne altri, molteplici e precari, tanto che le sue immagini sembrano precipitare addosso a chi le guarda. C’è, in queste opere, una moltiplicazione straordinaria delle prospettive e degli angoli visuali che obbligano chi guarda, se davvero vuole “entrare” nel dipinto, a svincolarsi dei centri di gravità, a librarsi nell’aria, a perdere le certezze consuete. Fin dalle opere degli anni Sessanta è subito stata evidente la rivoluzione nell’idea di spazio, di proporzioni e di equilibri che Tadini attuava, guardando alle ricerche d’arte contemporanea di De Stijl, di Schlemmer (nella sua sintesi tra immagini naturali e strutture geometriche), dei costruttivisti – Malevic soprattutto, la cui lezione è evidente in tutta la produzione dell’artista dall’inizio degli anni Settanta ai primi anni Ottanta.

Negli ultimi dieci anni, questi riferimenti riemergono sempre, ma spesso dentro un’accentuazione esasperata, un caos di piani e prospettive – che conservano comunque una precisa, quasi epica, organizzazione spaziale, e mi vengono in mente Arshile Gorky e Bepi Romagnoni, fraterno amico di Tadini -, come se nei suoi dipinti fosse definitivamente saltato ogni campo magnetico, con le immagini che si condensano in nuovi, misteriosi poli, come se Tadini volesse sfidare i nostri occhi a mettersi fuori dalla loro collocazione consueta, a navigare in nuove orbite. Le sue figure deformate, viste come incubi in prospettive allucinate, le immagini che volano nel vuoto, frammenti sperduti e vaganti – come se fossero viste da una nave nello spazio, da un Peter Pan in volo verso l’isola che non c’è –, sono del resto figlie della caduta di valori e di certezze, della confusione che c’è nel mondo, che è dentro di noi – “Le cose crollano, il centro non può reggere”, diceva Yeats. Certo è questo un tempo amaro, in cui le nostre vite, le stesse cose, sembrano alla mercé del gorgo, della “brutale corrente” della storia che tutto trascina con sé, e annienta, in cui diventa sempre più evidente che lo scacco cui alludeva Cioran – “la sensazione di essere tutto, la certezza di non essere niente” – sta ormai per risolversi in una rovinosa, definitiva sconfitta. In questo interregno, tuttavia, in cui cenere sono le ideologie e i vecchi valori sono ormai tramontati, in questo “mondo ormai disumanizzato”, c’è, per dirla con Chatwin, “desiderio di valori umani”. Ecco allora che il disordine dentro i dipinti di Tadini tende a costruire un ordine delle forme nello spazio: l’artista, pur guardando verso il Nord, sente forse il fascino della tradizione su cui si fonda la grande pittura italiana.

La creazione di forme, colori, spazi serve a Tadini per comunicare, per “pensare per immagini” – ed è questo il terzo motivo di seduzione della sua pittura. Come se lui avesse fatto proprio, nel profondo, quello che diceva Klee: “l’arte non ripete il visibile, ma rende visibile”. È davvero arduo pensare, o anche solo tentare di afferrare, tutti i fili di una pittura – quella di Tadini – che ha fuso, e concentrato in sé, linguaggi, cultura, riflessioni sugli eventi del nostro tempo – che in lui diventano sempre “avvento”, segnale di qualche cosa.

Certo, le antenne di Tadini sono sintonizzate su frequenze che gli consentono di captare i fenomeni, e i drammi, quando ancora non sono divenuti “senso comune”. Sorretto da una profonda cultura della ragione, e quindi della speranza – certo voltairiana, ed anche leopardiana, oserei dire –, Tadini, già alla fine degli anni Sessanta, nel ciclo “L’Uomo dell’organizzazione” ci faceva vedere persone, senza testa, che esercitano un potere sugli altri senza avere un’identità propria – ed è questa una storia quotidiana che ciascuno di noi conosce, nel lavoro e in politica. Il ciclo, contemporaneo, “Circuito chiuso” – dove spesso sullo schermo del televisore compariva l’emblematica scritta The End –, rappresentava il terribile, desolato potere di attrazione del mezzo televisivo, la sua incapacità di riprodurre il reale e il suo produrne, invece, uno fittizio, che pure è da tanti ritenuto vero. E all’inizio degli anni Ottanta, nei due cicli artistici “Il posto dei piccoli valori” e “Disordine in un corpo classico”, Tadini annunciava sulla tela dove stesse soffiando il vento: la fine della paccottiglia delle “piccole certezze”, il tramonto delle ideologie, l’emergere della follia e della violenza gratuita. Il 1987 sarà l’anno di un altro ciclo d’arte lucidamente visionario e profetico, “I profughi”. “Il profugo” – mi aveva detto allora Tadini in un’intervista“è una metafora della nostra condizione attuale – dobbiamo essere sempre pronti ad abbandonare tutto, a traslocare verso un luogo che non conosciamo – e della nostra cultura, che non ha più punti di riferimento solidi e sicuri“. Negli anni successivi, quella tragica condizione avrebbe, direttamente e materialmente, coinvolto milioni di persone del pianeta, e, indirettamente e nello spirito, tutti quelli che, avendo gettato le bussole ormai inservibili, cercano ancora di capire il presente, senza rifugiarsi nel porto tranquillo della “opinione comune”, dei “piccoli valori”.

Più di recente (1993), nel ciclo pittorico “Soldati”, uomini truci in tuta mimetica, con in mano mitragliatrici e pistole, si aggirano al margine della scena, assediano la vita familiare del pittore, per poi irrompere nel suo studio.

Sandro Parmiggiani su Emilio Tadini

dal catalogo della mostra a Reggio Emilia alla Galleria Galaverni del 1995

CONTINUA (pubblicheremo a breve la terza e ultima sezione del testo critico)>

I cataloghi di tutte le mostre di Emilio Tadini sono in consultazione e prestito – per i soci – presso la biblioteca dell’Associazione Spazio Tadini di via Jommelli 24. Francesco Tadini e Melina Scalise saranno felici di ospitarvi – offrendovi un rinfresco, oltre alla biblioteca e alle mostre in corso – presso le sale della tipografia storica (ex tipografia Marucelli). Leggi online anche ilmagazine d’arte, fotografia, design e lifestyle Milano Arte Expo, realizzato dalla Casa Museo e dai suoi collaboratori.

Per contatti, mail e telefono di Francesco Tadini: francescotadini61@gmail.com , mob. +39.3662632523

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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