Biennale di Venezia 1930 e la Sala degli Appels d’Italie – documenti di storia dell’arte

Biennale di Venezia

Biennale di Venezia 1930

Storia dell’Arte del NovecentoBiennale di Venezia 1930 e la Sala degli Appels d’Italie – La critica d’arte non stroncò la XVII Biennale di Venezia. Anzi, ebbero grandi elogi sia la mostra retrospettiva di Modigliani – a cura di da Lionello Venturi – che quella dell’Appels d’Italie.  Va ricordato che il 1930 è l’anno in cui la Biennale diventa un ente autonomo statale. Sempre nel 1930 apre la Mostra di musica contemporanea, alla quale seguirà, due anni dopo, l’apertura della prima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Modigliani

Modigliani, mostra alla Biennale di Venezia del 1930

Su “Poligono” del maggio 1930 Mononi scrive: “Le sale di Modigliani e dell’Appels d’Italie hanno fatto capire su che piano va impostata la Biennale: sulla scoperta, la rivelazione, di artisti grandi e ignoti”. Accoglienza particolare ebbe appunto la mostra Appels d’Italie curata da Waldemar George. Qui di seguito riporto un brano della presentazione dello stesso George dal Catalogo della XVII Biennale di Venezia:

La sala degli “Appels d’Italie” che Mario Tozzi ed io presentiamo al pubblico italiano non riunisce a caso un gruppo accidentale. È una dimostrazione. Si tratta di provare un fenomeno di spostamento del centro di gravità dell’arte contemporanea, la quale, dopo una cura d’opposizione che dura da mezzo secolo, ritrova la sua fede in Roma. Coloro per i quali l’Italia significa non solamente un regno, una nazione, un ordine politico e sociale, ma anche uno stato e un tipo di civiltà, non hanno mai potuto sottoscrivere la tesi che tende a riabilitare la vostra arte del 1800. Non posso impegnarmi qui sulla via delle sterili polemiche, e mi è indifferente che tale o tal altro artista italiano abbia preceduto o seguito Claude Monet o Georges Seurat. Con l’estratto che il secolo XIX tanto in Italia quanto in Francia, non è stato un secolo d’orientamento latino, e che il suo centro d’attrazione fu il Nord. So che Margherita Sarfatti condivide su questo argomento il mio modo di vedere.

Biennale di Venezia

Biennale di Venezia 1930 – catalogo della mostra

Gli artefici del vostro Risorgimento, quello del XX secolo, hanno intrapreso una revisione totale dei valori dello spirito. Mi stupisce che questi riformatori abbiano trascurato l’elemento artistico. Per coloro che, come noi, credono nell’Italia, per coloro che aspirano a vederla riprendere le leve di comando della cultura moderna, non può essere il caso di adottare artisti italiani di nascita ma che non rappresentano né il genio, né le virtù maestre d’una estetica d’espressione italiana. Per noi il problema dell’italianizzazione della plastica moderna si pone in modo tutt’affatto diverso. E confesso che vorrei far condividere il nostro punto di vista da tutti i patrioti italiani.

L’Italia rappresenta una visione del mondo e della vita. Questa visione ha una portata mondiale e super-nazionale, che ha soggiogato due volte l’universo. Ai tempi di Roma Imperiale le Gallie, la Africa del Nord e parte dell’Asia hanno subito l’ascendente dell’arte romana. Ma Roma imponeva la sua civiltà, la sua superiorità con la forza delle armi. Ai tempi del Rinascimento l’Italia non era più che un focolare di luce, senza azione politica; e ciò nondimeno tutta l’Europa pensante ha veduto il suo latte e si è alimentata alle sorgenti del suo pensiero. Nel 1500 l’architettura, la scultura, la pittura vivevano e si sviluppavano nell’orbita dell’Italia, e l’Occidente era una provincia italiana. Un popolo che ha colonizzato il mondo, nel senso letterale e nel senso metaforico, ha diritto ad aspirazioni ben superiori a quelle di generare delle glorie puramente locali. La sua ambizione non è quella di veder degli italiani prender posto fra le glorie europee, ma quella di strappare l’Europa alla tutela del Nord, di romanizzarla.

(…) Sotto l’aggressivo titolo di “Appels d’Italie” abbiamo riunito le opere di pittori italiani di Parigi, e di artisti francesi e stranieri della scuola parigina, rivelando un fenomeno nuovo; una volontà collettiva e cosciente di ritrovare lo smarrito sentimento dello spirito italiano. Questa tendenza si afferma già da qualche anno, ed è seguita ormai dai migliori tra i giovani artisti, da quelli che rappresentano lo stato più attuale della pittura in Francia. Questi artisti non sono, come si potrebbe credere, dei tradizionalisti; sono al contrario, dei rivoluzionari. L’Italia è la loro meta, la loro fonte d’ispirazione eternamente viva. Orbene, i giovani pittori plastici, le opere dei quali stanno nella nostra sala accanto alle opere dei vostri compatrioti, non sono italiani. Sono stati allevati, educati e istruiti in un’atmosfera ostile all’Italia. L’arte moderna – perché negarlo? – disconosce, dopo Courbet, dopo Edouard Manet, i valori costanti della pittura italiana; volta le spalle ai maestri dell’arte italiana. I soli pittori che frequentano l’Italia sono gli allievi della scuola di belle arti? Roma è l’incarnazione dello spirito accademico?

Gli artisti francesi e stranieri di cui oggi vi presentiamo i lavori reagiscono contro questo stato di cose. Essi porgono nuovamente l’orecchio ai richiami dell’Italia. Essi si mettono a studiare i vostri pittori. La loro sete di conoscenza e la loro curiosità fanno fede del loro “italianismo”. Questi giovani liquidano la successione delle arti barbare, esotiche, arcaiche. Essi si dichiarano umanisti e classici. Ma il classicismo, quale essi lo concepiscono, non è formulario di leggi d’armonia e di misure sacre ed inviolabili: è piuttosto un atteggiamento mentale, uno stato della sensibilità e dell’intelligenza. Questi pellegrini appassionati che fanno ogni anno il pellegrinaggio di Roma, si circondano di copie e di riproduzioni di bassorilievi antichi, di disegni del divino Raffaello, di pitture di Leonardo da Vinci, di affreschi di Masaccio.

Coloro che conoscono l’ambiente spirituale che regnava e che regna ancor oggi a Montparnasse, in questo capoluogo della pittura, sanno quel che significhi il loro eroico tentativo di sacrificare gli idoli africani ai principi del Rinascimento. I nostri giovani “furieri di Roma” hanno dovuto, ad uno ad uno, rimontare la corrente d’una opinione pubblica interamente votata, anima e corpo alla causa del mondo settentrionale, cioè del mondo barbaro.

Biennale di Venezia 1930

testo di Waldemar George

Da Waldemar George, Appels d’Italie in Catalogo della XVII Biennale di Venezia del 1930.

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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