Chagall, opere famose: analisi dell’Autoritratto con sette dita – di Emilio Tadini

Capolavori dell'arte

Capolavori dell’arte, Chagall Autoritratto con sette dita, dettaglio – analisi di Emilio Tadini

Opere famose d’arte contemporaneaMarc Chagall: analisi dell’Autoritratto con sette dita di Emilio Tadini dal libro sui capolavori d’arte “L’occhio della Pittura“. SECONDA PARTE ->Leggi qui la prima parte. (…) Questo paesaggio fra le nuvole potrebbe sembrare anche un “fumetto. Quando nei fumetti si vogliono mostrare non le parole che il personaggio sta dicendo, ma quello che sta pensando – quello che ha in cuore – per contornarle, invece del tratto continuo, si disegna il profilo di una piccola nuvola.

La pittura mostra “allo stesso modo” il presente e la memoria. Non continua a dire, come fa la lingua delle parole quando descrive la memoria in azione, “io mi ricordo che…”, “Lui si ricorda che…”. Non prende le distanze.

Marc Chagall

Marc Chagall Autoritratto con sette dita, dettaglio

La faccia di Chagall, in questo Autoritratto con sette dita, sembra assorta. Gli occhi non vedono – non guardano verso l’esterno. È come se guardassero verso l’interno. Ma bisogna cercare di dirlo meglio.

Quegli occhi non vedono, non guardano qualcosa che nello studio – nel dipinto. Guardano fuori. Fuori dello studio. Fuori del dipinto. Guardano cose che appartengono a una memoria ancora più grande. Una memoria che incombe…

Chagall dipinge qualcosa per noi che guardiamo – e poi si dipinge nell’atto di nasconderla. Offre, sottrae.

Vengono in mente quei bambini che sembra vogliano mostrare qualche piccolo tesoro che tengono in una mano a un amico, e contemporaneamente nasconderlo alla sua vista, ricoprendolo con l’altra mano. Quel concedere allo sguardo soltanto il tempo e lo spazio di piccoli piaceri interrotti… Quel minuscolo gioco erotico…

È un ricordo – la memoria – la cosa in gioco, in questo quadro? È la memoria, il piccolo tesoro in questione – dipinto per essere mostrato e nascosto da un gesto dipinto?

Forse è come se Chagall volesse rappresentare la tendenza a esibirsi che è nella memoria – e, insieme, la sua vulnerabilità.

Non è probabile che ci sia qualche analogia con il paradosso sul quale si fonda ogni tipo di pulsione esibizionistica – con la sua brava dotazione di ansia?

Chagall Autoritratto con sette dita

Marc Chagall Autoritratto con sette dita, dettaglio

Guardiamo più da vicino il quadro che sta sul cavalletto. È una scena di vita contadina – ma piuttosto fantastica. Una capanna, una capra rossa, un uomo che la munge, una tinozza, una donna con un secchio.

La donna cammina stando in aria. Come abbiamo già notato, capita spesso di stare per aria, di volare, ai personaggi dei sogni sognati da Chagall nei suoi quadri.

Lo abbiamo già accennato: volavano, nella pittura religiosa di una volta, Padre, Figlio e Spirito Santo, e la Madonna, i Santi, i Martiri. Liberati, tutti, dalla schiavitù della gravità, attraverso la teologia, attraverso l’immaginario religioso. Abitanti, loro, del mondo superiore, del mondo che contava: del mondo oltremondano, ultraterreno. Senza peso di carne, dati al cielo…

Quei voli, quella leggerezza, hanno finito per determinare uno spazio del tutto particolare nella pittura del mondo occidentale. Da teologico quello spazio si è fatto puramente pittorico. È stato introiettato, quello spazio, da un modo di pensare, da un modo di immaginare.

Resiste e agisce, quello spazio aereo praticabile e praticato, anche nella pittura contemporanea. Nell’aria del plein-air. Nei cieli svuotati da ogni creatura celeste e allora trasformati in deserti infiniti che si spalancano di colpo – tra tutto e niente – davanti all’immaginazione, al dubbio, all’angoscia del pittore e di chi guarda. Negli spazi scompaginati e nei liberi percorsi che si incrociano nella pittura di tutte le avanguardie.

Qual è la forza che libera i personaggi di Chagall dalla schiavitù della gravità? Dev’essere la forza fantastica della fiaba. Il mito e la fiaba sono fatti per liberare gli uomini dalla paura – anche se a volte è proprio attraverso le regioni della paura che li fanno passare.

Il mito e la fiaba sono fatti per cercare di mettere un ordine, e il relativo disordine, al posto del niente. Per celebrare, potremmo dire, il risuonare della lingua – di ogni lingua: ma ogni lingua è originaria – nel vuoto silenzio.

Ma potremmo anche dire: i personaggi di Chagall volano per allegria. Noi sogniamo spesso di staccarsi da terra, di volare, in piena euforia. I personaggi di Chagall possono esprimere, volando – e come se fosse la cosa più naturale del mondo – la loro gioia di esistere liberandosi.

Perché la donna ha la testa staccata dal busto? Forse si fanno sentire, dal profondo – frammenti ancora sepolti, sconosciuti da ogni archeologia – la crudeltà sadica che agisce in certe fiabe e insieme il nostro masochismo, da bambini, nel frequentarle.

Le fiabe a volte richiedono sacrifici. Così come li richiede il mito. Un prezzo da pagare. Una specie di rituale di iniziazione…

La crudeltà, nel mito e nella fiaba, mette comunque fuori gioco il patetico, con le sue lagrime zuccherose.

Ci sono eventi luttuosi, tragedie, all’origine di tanti miti e di tante fiabe. Mito e fiaba hanno a che fare con un mondo vero, abitato dalla morte. È proprio sul niente che si sforzano di edificare.

Marc Chagall Autoritratto con sette dita

Marc Chagall Autoritratto con sette dita (1912-13)

La si può interpretare in molti modi, quella testa staccata dal busto che si mostra in tanti quadri di Chagall. Una specie di allegoria destinata a rappresentare la totale indipendenza del fantastico. Una ripresa di quell’immaginario mostruoso del medioevo, soprattutto nordico – derivato a sua volta dall’iconografia delle pietre intagliate romane e di una certa pittura orientale. Una figura da romanticismo nero. E insieme una prefigurazione del surrealismo più classico – con il suo culto dell’anormale, dell’insolito, dell’illogico, dell’onirico.

Si dice che “ha perso la testa” di uno molto innamorato, o di uno spaventato o comunque incapace di controllarsi. E di qualcuno che ha lasciato certi comportamenti “poco seri” si dice che “ha messo la testa a posto, a partito”. Si dice che “ha la testa fra le nuvole” di uno distratto, assorto nei suoi pensieri. E si dice “ha la testa sulle spalle” di uno dalle idee chiare, deciso, preciso – “realista”. Si dice “agire senza testa” di uno che fa cose insensate, irragionevoli, fuori della norma – in preda a una specie di follia leggera. Volano un mucchio di teste, nella lingua delle parole.

Molte le interpretazioni possibili di quelle teste staccate dal busto nei dipinti di Chagall. Nessuna, certo, è definitiva. Ma può anche darsi che ognuna contenga una piccola parte di verità. E che tutte insieme ne contengano, di verità, quanto basta.

Forse, alla fine, non possiamo fare altro che tornare a guardare la figura dipinta con tutta “l’ingenuità” che ci è consentita.

Ricostruirsi una ingenuità… È, questo, il più artificiale degli artifici? Oppure è come se a un certo punto questa “ingenuità” risorgesse quasi naturalmente, in uno spirito aperto – prodotta dalla stessa macchinazione dell’artificio, come propria estrema conclusione, come proprio definitivo “prodotto”? O forse è vero che a qualcuno è dato di non perderla mai, la risorsa di questa ingenuità?

Guardare la figura dipinta. E basta. Guardarla nella accecante evidenza della sua superficie. Con il suo carico di enigmi provocatori e irresolubili. Ma dire che un enigma è irresolubile non vuol certo dire che è inutile – che è stato inutile il nostro cercare, invano, di risolverlo.

Soltanto così, arrendendoci una volta di più alla figura e al dipinto – alla pittura – noi potremo preservare il valore di qualche stupore, di qualche emozione. Quel sapere che in tutto ci convince…

Sul quadro che – nel dipinto Autoritratto con sette dita di Marc Chagall – sta sul cavalletto nessuna cosa è in proporzione con le altre. La tinozza è grande quanto la Chiesa. La capra è munta da un omino minuscolo, non più grande di un suo corno. Viene in mente una enorme quantità di latte…

È come se la grandezza delle cose e dei personaggi fosse proporzionata soltanto al valore che assumono nel racconto. L’analogo si dà spessissimo in letteratura, ma difficilmente ce ne rendiamo conto.

Grazie a questa sproporzione saltano i nessi logici. Si stabilisce un ordine di relazioni elastico – “emozionale”.

La fiaba, ancora. Chagall farà al surrealismo un dono prezioso: il dono della lingua della fiaba, il dono della meccanica della fiaba.

Dumézil ha detto di aver cercato per tutta la vita di definire quale fosse la differenza sostanziale tra il mito e la fiaba, ma senza riuscirci.

La fiaba è anche la fantasia di un mondo senza al di là. Con qualche pretesa dell’immaginario nei confronti dell’onnipotenza dell’onnipotente. Miracoli compresi.

Alterarsi delle dimensioni dello spazio e del tempo, plasticità di tutte le morfologie, metamorfosi ad altissima velocità… Queste, che potremmo chiamare le categorie della fiaba, hanno agito con una forza nell’arte contemporanea. E a partire dal romanticismo: con il suo culto del fantastico e del fiabesco – visti anche come frutto della più autentica capacità creativa di quel soggetto collettivo, primitivo, naturalmente innocente, che sarebbe il “popolo”. A partire dal romanticismo per arrivare ai nostri giorni.

I canti di Maldoror (ed. 1869, poema epico in prosa in sei canti, del Conte di Lautréamont, pseudonimo di Isidore Ducasse, n.d.r.), questo testo fondamentale per tutto il surrealismo, provate a leggerlo come se fosse una fiaba. Diventa trasparente. Così come lo diventano, letti a quel modo, i testi di Raymond Roussell.

Pensate alle Muse inquietanti di de Chirico. Pensate a Magritte. Pensate agli ultimi quadri figurativi di Kandinsky, e poi al puro fiabesco – che si dà nei suoi stessi quadri astratti. Pensate all’importanza dell’arte popolare, sostanzialmente fiabesca, per tutta l’avanguardia russa. Pensate ai Balletti Russi. Pensate a Stravinskij. A Brancusi.

E che tema interessante, sarebbe, Picasso e la fiaba! Aspettate un momento, prima di scuotere la testa. Avreste qualcosa da ridire se il tema proposto fosse Picasso e il mito?

Pensate alla grandiosa creazione delle comiche del muto. Con un gioco di parole proprio indecente ma nonostante tutto, forse, lecito, verrebbe voglia di chiamarle le comiche del mito. Pensate a Chaplin, a Keaton. Pensate anche a quello che doveva passare per la testa degli spettatori di tutte le età e di tutte le condizioni che a centinaia di migliaia, una sera dopo l’altra, affollavano in tutto il mondo le sale in cui si proiettavano i loro film…

Nell’epoca delle avanguardie si era agitati dalla fame di miti – di miti nuovi, attuali, di miti rivisitati, di miti in abiti moderni. E intanto, del tutto naturalmente, quasi senza rendersene conto, ci si nutriva abbondantemente di fiabesco.

Nella fiaba il male e il bene sono lasciati liberi, fino all’eccesso, da quella che si potrebbe chiamare una assoluta “naturalezza testuale”. Nella fiaba il male e il bene hanno quasi il medesimo colore.

Stessa cosa, nella fiaba, capita a gravità e leggerezza, saggezza ed innocenza, a desiderio e appagamento.

Non è forse vero che la Tecnica non fa altro che realizzare le irrealtà più clamorose della fiaba? E lo fa puntualmente. Facoltà dopo facoltà, prodigio dopo prodigio…

È come se ogni tanto, per farsi venire qualche idea, la Tecnica tornasse a sfogliare per la centesima volta il catalogo della fiaba. E, quanto a bene e male, anche la Tecnica non è che se ne preoccupi molto.

Allora è la fiaba che senza saperlo sempre sognato – e desiderato – qualcosa che assomigliasse da vicino quella che per noi è la Tecnica? È la Tecnica che è stata messa in campo per realizzare uno dopo l’altro tutti i sogni – tutti i desideri – della fiaba, anche i più sfrenati? Forse le promesse della tecnica del virtuale sembrerebbero farci propendere per la seconda ipotesi. Un accordo, comunque, che in qualche modo ci sembra scandaloso – vero?

In quest’opera di Chagall non sono alterate soltanto le proporzioni delle cose e dei personaggi. Sono alterate le dimensioni, anche. È alterato, per così dire, il concerto delle dimensioni. È alterato, profondamente, lo spazio.

Questa alterazione dello spazio potremmo anche definirla una specie di metafora visiva per esprimere il superamento di ogni logica formale.

È un po’ come se un effetto precedesse la sua causa. Come se saltasse il principio di non contraddizione.

È possibile che tutto questo si dia in letteratura? Forse Joyce lo ha tentato, in Finnegans Wake. Ma che fatica! Sua e del lettore…

Il fatto è che, anche nelle acrobazie più spericolate, il racconto in pittura può sempre contare sulla solidità incontrovertibile della sua apparenza sensibile. Quella apparenza sensibile in cui non può non risolversi.

Anche l’assurdo più assurdo, in pittura, si mostra nella struttura della sua figura materiale – e dunque ordinabile nel sistema stesso della nostra percezione.

Per noi, quando guardiamo un dipinto, la concretezza dell’assurdo – anche dell’assurdo più assurdo – è garantita dalla nostra stessa percezione.

È come se, nella pittura, l’altro mondo – il mondo soprasensibile della trascendenza, del Valore – fosse costretto comunque a diventare questo mondo qui, questo mondo sensibile. A prendere questa forma. A prendere questo corpo.

> CONTINUA > pubblicheremo a breve la terza parte

Emilio Tadini

analisi dell’opera

Autoritratto con sette dita di Marc Chagall

da L’occhio della pittura di Emilio Tadini. Garzanti, 1999

Potete consultare il saggio nel quale è contenuta l’analisi dell’opera di ChagallL’occhio della pittura di Tadini a Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Fondatori Francesco Tadini e Melina Scalise, i due livelli di sale sono sede – una tipografia nata nel secondo decennio del Novecento – dell’Archivio Generale delle opere di Tadini pittore e scrittore; Spazio Tadini è, tra l’altro, parte delle Case Museo di Milano Storie Milanesi e di Anime Nascoste, rete di luoghi culturali milanesi.

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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