Emilio Isgrò, Emilio Tadini: come si fa un quadro oggi? – da Impariamo la pittura di Enrico Baj

Emilio Isgrò

Emilio Isgrò, in mostra a Palazzo Reale fino al 25 settembre e Emilio Tadini

Emilio Isgrò, Emilio Tadini: come si fa un quadro oggi? – “Abbiamo rivolto questa domanda a alcuni artisti tipici rappresentanti dell’arte di oggi…” scriveva Enrico Baj a introduzione del XXVIII capitolo del libro “Impariamo la pittura”. Era il 1985. Enrico Baj e Emilio Tadini appartengono – ormai – alla lista degli artisti “storicizzati”. Emilio Isgrò – al quale auguro una ulteriore lunghissima vita – è in mostra a Milano fino al 25 settembre 2016 con una selezione di lavori storici: più di 200 opere – tra quadri, installazioni e, naturalmente, libri cancellati – distribuite tra le sedi di Palazzo Reale, Gallerie d’Italia e Casa del Manzoni.

Alla domanda di Baj, Emilio Isgrò rispose:

Non so stendere un colore sulla tela e tremo al pensiero di essere chiamato, prima o poi, all’esame più difficile: quello di tracciare una linea diritta con lapis e riga.

Credo che molti pittori potrebbero dare una risposta del genere. Anche se io, forse, o l’attenuante di non considerarmi un pittore ma un poeta che scrive per immagini. Il mio quadro, allora, non può che essere un luogo duplice il doppio.

Il primo luogo è quello della possibilità, e contempla un conflitto tra forze opposte e materiali non equiparabili. Un conflitto, per esempio, tra segno iconico e segno verbale. Questo significa che le parole e le immagini, schierate sulla superficie come in una pagina bianca, dovranno in qualche modo determinare un’azione, uno scambio, un dramma.

Il secondo luogo è quello della impossibilità, e prevede la trasmutazione del limite infinito. Se non so scrivere, dirò che la cancellatura è la forma più alta di scrittura. Se non so tracciare una linea diritta, griderò che l’universo è fatto di linee storte.

Sul piano delle tecniche e dei materiali, infine, adotterò tutti gli accorgimenti capaci di rendere possibile l’impossibile e impossibile il possibile.

Emilio Isgrò

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La risposta di Emilio Tadini, alla stessa domanda come si fa un quadro oggi? nella pubblicazione Impariamo la pittura (Rizzoli, 1985) di Enrico Baj:

Enrico Baj

Enrico Baj, Impariamo la pittura, edito da Rizzoli nel 1985

Come si fa un quadro, oggi? Mi viene subito voglia di rispondere: si fa con le mani. È già qualcosa, nonostante l’ovvietà. Perché sottolinea appunto il fatto che un quadro, un dipinto, è prima di tutto il frutto di un lavoro manuale. (Si possono fare immagini bellissime con molti tipi di macchine. Ma la pittura si fa con le mani, e con segni e colori su una superficie.) Il fatto che un quadro si faccia con le mani è una cosa molto importante – lo sa benissimo ogni pittore. Io penso che dipingere sia bellissimo anche per questo: per la parte manuale del lavoro. Se passate una giornata a scrivere e alla sera vi accorgete di non aver combinato niente di buono, di sentita addosso una stanchezza inconcreta, oscura, tutta “di nervi”. Ma dopo aver passato una giornata a dipingere, anche se vi accorgete che domani dovrete rifare tutto, vi resterà sempre una buona dose di stanchezza muscolare – grazie alla quale vi sembrerà di avere in qualche modo il diritto di andarvene a letto tranquilli e di farvi un bel sonno.

Ma naturalmente, rispondere che un quadro si fa con le mani non basta. Sentiamo di dover aggiungere qualcosa che ci sembra molto importante. Ma sentiamo anche che a questo punto il discorso si fa complesso e tremendamente difficile. Come si fa a ricostruire tutta la meccanica attraverso la quale prende corpo un dipinto? È difficile, troppo difficile. C’entrano un mucchio di cose che abbiamo visto, certo. Ma dove? Nel mondo – dico poco. Che vuol dire dovunque: tra la gente e in casa, per le strade, in campagna, al mare, e anche in tutti i quadri che abbiamo visto, e nelle fotografie, e al cinema, e perfino nei sogni a occhi aperti e chiusi…

Ma non si tratta di una specie di catalogo di immagini fisse. Perché poi quelle immagini, che magari senza volerlo abbiamo selezionato, si sono alterate dentro la nostra testa che le ha ricordate pensate. (Il pensiero si nutre di cose viste, e le cose viste sono modellate dal modo in cui le ricordiamo e le pensiamo su quella specie di schermo di proiezione che si alza nella nostra testa.) E poi sono andate insieme, quelle immagini, e hanno dato vita a ibridi, magari a qualche mostro, a qualche misteriosa figura sostanzialmente metamorfica…
Quando disegno con una matita grigia sulla tela bianca – prima di dipingere con pennelli e colori acrilici – mi sembra che la cosa incominci in qualche modo a funzionare soltanto quando la mano riesce a andare per conto suo – ed è come se le figure che appaiono sul bianco un po’ sporco per tutte le cancellature fossero per me del tutto sconosciute fino a quel momento. (Poi magari mi accorgo che certi schemi si ripetono, almeno per un po’ di tempo, nelle figure che disegno e dipingo, e che magari il ricordo di un certo dipinto di un altro pittore si è fatto sentire con forza, e che un oggetto è tornato alla luce dopo anni di dimenticanza e vorrebbe avere un senso molto forte proprio in questo quadro, e che certe idee che ho per la testa in quei giorni – o che ho avuto per la testa molto tempo addietro – si fanno sentire, travestite in qualche figura…)
Per concludere vorrei accennare al senso della parola “oggi” che è nella domanda. Forse la differenza più importante rispetto a “una volta” è che oggi (ma è un oggi incominciato forse un paio di secoli fa) non la si dipinge più “su commissione”. È raro che qualcuno ti dica: “fammi un quadro così e così” – come dicevano una volta ai pittori i re, i preti, i ricchi. Il fatto che non si lavori più su commissione libera il lavoro del dipingere – ma rischia anche di isolare il pittore, di privarlo di sollecitazioni nonostante tutto molto utili (o di lasciarlo in preda soltanto alle ferocissime ingiunzioni delle mode). Forse oggi un pittore deve cercare in qualche modo di intuire quello che l’epoca “vorrebbe” commissionargli anche se in pratica non lo fa. E, insieme, deve cercare di intuire quando e come contraddire i conformismi visivi e ideali dell’epoca. (Forse essere un vero pittore vuole anche dire trovarsi in sintonia non soltanto con le richieste più o meno esplicite ma anche con i bisogni più o meno inconsci degli uomini insieme ai quali si vive.)

E un’ultima cosa. Non dimentichiamo che si dipinge guardando anche la pittura già dipinta da chi ci ha preceduto e quella che stanno dipingendo gli altri pittori che lavorano intorno a noi. (Farsi influenzare è un’ottima regola. Forse è la sola via per arrivare a fare qualcosa che sia alla fine il frutto della propria personalità…) I bisogni della gente, la storia, la pittura già dipinta… L’ho detto che era un discorso tremendamente difficile.

Emilio Tadini

Potete consultare il saggio di Enrico Baj, contenente anche gli interventi di Emilio Isgrò ed Emilio Tadini all’Assoziazione Culturale e Casa Museo Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano diretto e fondato da Francesco Tadini e Melina Scalise. I due livelli di sale sono sede – una ex tipografia – dell’Archivio Generale delle opere di Tadini pittore e scrittore; lo Spazio, dove si tengono mostre, convegni, concerti e spettacoli, è, tra l’altro, parte delle Case Museo di Milano Storie Milanesi e di Anime Nascoste, rete di luoghi culturali milanesi.

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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