Emilio Tadini tra i più grandi artisti italiani del nostro secolo – di Dieter Ronte per la mostra a Palazzo Reale di Milano

Emilio Tadini

Francesco Tadini. foto dalla mostra Il 900 di Emilio Tadini, 2018, Casa Museo Spazio Tadini

Emilio Tadini tra i più grandi artisti italiani del nostro secolo – di Dieter Ronte, in “Emilio Tadini alla tedesca” dal catalogo  (Silvana Editoriale) edito in occasione della grande mostra antologica a Palazzo Reale di Milano del 2001.  Agli occhi dei tedeschi l’arte di Tadini appare difficile da capire. Per quanto ricca di suggestio­ni, per quanto, una volta contemplata, fatichi a uscire dalla memoria, tuttavia i suoi ricordi si sovrappongono a quelli di Beckmann, agli eroi del pensiero nordico, del nordismo, là dove tut­to si allunga irrazionalmente, dove tutto si riunisce. Dove s’incontrano cose che in realtà sono al di fuori della logica, e che pure, se interrogate e indagate, possono fornire risposte esatte. Motivi sufficienti, questi, per studiare Tadini.
No, Tadini non è un italo-tedesco travestito, il polo opposto del tedesco romanizzato, ma un pit­tore da interpretare in tutto e per tutto alla luce della tradizione italiana, e che, ciononostante, ha acquisito un senso anche per l’arte tedesca, non solo come pittore (o forse sì?), ma tanto più come critico, come colui che, sul “Corriere della Sera”, il suo giornale milanese, parla di arte a livello internazionale: esemplare, sempre interessante, sempre sorprendente. Attraverso la parola, Tadini ci comunica un’apertura di cui forse solo un letterato è capace.
Qui cominciano le difficoltà per noi che guardiamo con occhi tedeschi: abbiamo imparato che si può essere pittori, scrittori, critici o altro, ma mai tutte queste cose insieme. E dimentichia­mo che anche nella cultura tedesca esistono artisti che scrivono e dipingono, che fanno critica; in breve, artisti che sono estremamente informati.
Tadini è un superinformato, uno che è in grado di convogliare, quasi di immagazzinare le infor­mazioni, per poi richiamarle alla mente come un computer e trasformarle in parole o immagini. Iniziamo a percepirlo nei suoi primi romanzi, continuiamo a leggerlo nei testi critici e nell’ulti­ma produzione letteraria, così come possiamo viverlo davanti ai suoi dipinti. L’artista abbando­na l’arcadica serenità del mondo per approdare a una riflessione critica. Cerca risposte che non rappresentino la realtà affermativamente, ma che la modifichino, progressivamente.

Emilio Tadini

Francesco Tadini. foto dalla mostra Il 900 di Emilio Tadini, 2018, Casa Museo Spazio Tadini

Nessuna postmoderna “leggerezza dell’essere” (Kundera), dunque. Tadini si caratterizza piutto­sto per un’interpretazione della cultura che rifiuta la supina acquiescenza al mondo così com’è. È “una fatica di pensieri e di muscoli”, così si esprime Tadini nell’aprile del 1994 sul “Corriere della Sera”, in occasione del restauro del Giudizio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina. E, a sentire lui, il bello è davvero terribile fin dal principio, quasi che i sensi non possa­no sottrarsi al destino tragico che porta l’uomo a vivere nella rivolta, nella ribellione alle leggi del nulla come morte: i sensi come muscoli e pensieri, appunto. Quest’eredità michelangiolesca si ritrova nella maggior parte dei dipinti di Tadini, in particolar modo nei trittici più tardi.
Tadini si muove sapientemente nella storia, e tuttavia, come un fanciullo, guarda sempre ogni cosa con occhi nuovi. È informato su tutti i settori, pittura, architettura, mercato dell’arte, dise­gno, grafica, fotografia. In quest’ultima, l’artista tenta un dialogo con la rappresentazione della realtà attraverso l’immagine fotografica. Della mostra su Félix Nadar al Musée d’Orsay di Parigi scrive, come sempre sul “Corriere della Sera”, che un oggetto può concentrarsi nell’Immagine. Come se l’oggetto venisse esposto allo sguardo violento della macchina (leggi macchina foto­grafica) per ritrovare se stesso nell’isolamento e nella solitudine. Il fotografo Nadar mostra, secondo Tadini, proprio questa solitudine dell’individuo, messo al bando dalla macchina;2 e lui, l’individuo, non si oppone: anzi, le si offre. La macchina fotografica sembra aiutarlo nel trava­glio di questa solitudine, in cui l’individuo è senza veli, esposto. Tadini sviluppa un discorso realistico, che lascia una forte impronta anche nei suoi dipinti. L’immagine nel quadro deve reggere la prova degli sguardi e ogni sguardo nuovo viene interrogato nell’immagine, mentre cerca la propria validità nella forza isolante della molteplicità.
A prima vista, i dipinti di Tadini non hanno nulla a che vedere con Joseph Beuys, anche se Tadini ne è un grande ammiratore. Il 24 dicembre 1993, nella terza pagina della “Corriere del­la Sera”, leggiamo un suo articolo sui disegni e sulle installazioni dell’artista renano esposti a Zurigo. Tadini li chiama “Tutta la spazzatura del mondo. Gli antimonumenti della civiltà indu­striale”. Qui sta l’aspetto di Beuys che interessa a Tadini: non le macchine che producono l’og­getto utile, bensì l’immateriale, la nostalgia della vita presente. Le statue, erette a simbolica celebrazione del nulla che è il nostro essere quotidiano.
Nella sua critica della mostra, Tadini, passando per il Dadaismo, Schwitters, Picasso e Warhol, cerca sempre di rapportarsi a questa quotidianità, che in Beuys è istituzionalizzata in modo così originale. A Beuys interessava l’altra strada, non quella seguita da Duchamp o da Burri, quella della Pop Art di Rauschenberg o di Jim Dine. Tadini riconosce immediatamente l’intenzione di Beuys, che nell’arte non cercava l’artificiale, ma una risposta alla vita quotidiana. In questo modo, da un lato l’ambito estetico si estende, dall’altro, però, esso non può più essere presentato, almeno non mimeticamente, ma solo come condizione della crisi. E il letterato Tadini, insieme a Beuys, ci ricorda i protagonisti del bellissimo romanzo di Bohumil Hrabal: “Una solitudine troppo rumorosa”.

Il rapporto tra la quotidianità e la vita è ciò che interessa a Tadini, nell’opera di Beuys come in quella di Beckett, in Warhol come nei suoi stessi dipinti. Tadini osserva che il valore di Beuys sta nel fatto che l’artista non solo proclama, in senso definitivo e conclusivo, ma che, nel suo regno immaginario, utilizza le proprie illusioni con giocosa levità. Tadini ammira l’owietà mostruosa delle cose, degli oggetti ; o forse, ci si domanda, è proprio la loro immaterialità a convincerlo?

Queste contraddizioni, che Tadini formula nei suoi articoli, le ritroviamo dipinte e ben visibili nei suoi quadri. La molteplicità del pensiero aggiunge una dimensione di fragilità alla formulazione, che pure continua a essere considerata ed esperita come unità. In questo Tadini aiuta l’osservatore, ad esempio con lettere o parole, con semplificazioni e riduzioni, che tuttavia non fanno che rendere più difficile un’esatta analisi dell’opera. Spesso è necessario sapere in anticipo di che cosa potrebbe trattarsi, poiché l’oggetto, nella sua quotidianità, si carica immediatamente di connotazioni politiche, e l’uso che se ne fa non è quindi innocente sul piano iconografico. Le connotazioni sociali sono continuamente sotto gli occhi di tutti: l’abbiamo imparato con Beuys.

Tadini si considera un artista italiano: originario del Nord Italia, vive a Milano, e tuttavia si sottrae al legame affettivo della Transavanguardia. Al postmoderno, Tadini oppone la ratio e la riflessione, una fantasia che non può determinarsi logicamente, ma che non per questo si affida completamente all’irrazionale. Tadini è un pittore, un artista visuale che attualizza continua-mente la tradizione, i cui riflessi sul passato egli può, tuttavia, configurare come cambiamenti, conferendo loro un diverso valore di innovazione.

Tadini è tra i più grandi artisti italiani del nostro secolo: letterato, critico, pittore, ammonitore, ma, in veste di pittore, quasi sconosciuto nell’area germanofona.

[…]

Per la coscienza tedesca, Tadini solleva questioni che, fin dall’epoca romantica, sono state affrontate in modo inadeguato e continuano a essere fonte di equivoci, da quando l’illuminismo è stato “rimosso”. Può la mente intellettuale, l’uomo come pensatore e quindi come iniziato, formulare qualcosa in modo da comunicare nuovi valori? Oppure questo nuovo deve necessariamente nascere dal sentimento, da un mondo emotivo per definizione incontrollabile? La mostra “Ernste Spiele” della Haus der Kunst di Monaco, ad esempio, non ha risposto a questa domanda, giacché associava il romanticismo a un universo affettivo positivo o negativo, in una sorta di magazzino all’ingrasso dei sentimenti tedeschi.

Tadini dà al quesito una risposta univoca: l’uomo conosce, e conosce tanto più profondamente quanto più sa. “Non si vede ciò che si vede, ma ciò che si sa”: così suona una frase attribuita a Goethe. In questo senso Tadini segue Goethe: ragiona con sapienza, formula con conoscenza, dipinge con speranza.

Collocare Tadini pittore all’interno di una tradizione storico-artistica espone a diversi rischi, che Arturo Carlo Quintavai le si è già assunto. Non c’è una sola fonte cui l’artista non attinga, e non se ne vergogna, poiché non cita le fonti in senso postmoderno, ma le rielabora da storico dell’arte. Tadini “traspira” i suoi modelli, li modifica. Dipinge alla ricerca di se stesso. Ma questa conoscenza degli altri, degli antenati, degli avi, e quindi della loro eredità e delle tradizioni gli forniscono l’ispirazione per dipinti sempre nuovi e sempre nuove composizioni. Laddove, dal titolo alle figure, tutte le cose si riuniscono e si gonfiano, creando, nel quadro, situazioni esplosive, Tadini ricerca ciò che solo uno storico esperto, con gioia quasi diabolica, è in grado di mettere insieme.

Nella promiscuità, gli oggetti perdono la loro innocenza. Si comportano diversamente da come erano stati concepiti in origine. Questo vale per gli assassini, per le vittime, per i colpevoli e per gli ignoranti, per gli ingenui come per i sapienti. L’iconografia si infrange davanti ad anime come Tadini, poiché viene usata “senza mediazioni e senza falsificazioni”, come recita il manifesto programmatico del gruppo artistico Die Brucke. Senza falsificazioni perché parla di valori non adulterati, cioè insiti nel carattere umano e non ancora condizionati o deteriorati dalla tradizione. Senza mediazioni anche perché Tadini è in grado di costruire i suoi postulati seguendo una via diritta, e la via del sapiente è sempre diritta.

A noi tedeschi Tadini propone più enigmi di quanti apparentemente ne risolva. Le sue opere ci parlano di estrema complessità e difficoltà. Sono, in verità, postulati diretti, non mediati, trasposizioni in unità tempo-visuali impossibili da constatare al di fuori dell’immagine. Tadini si muove con consapevolezza nell’artificialità dell’arte, con quanto di artificiale vi è nell’immagine, poiché conosce la magia legata all’espressione visuale. L’insieme delle cose, così si intitola la sua raccolta di poesie pubblicata da Garzanti nel 1991. Tadini riunisce l’eterogeneo sotto un patto estetico.

Si noterà come nei dipinti di Tadini gli spazi non siano mai nettamente definiti. Tutta la composizione galleggia nell’indefinitezza del supporto dell’Immagine e, se verso i margini sembra assestarsi, verso il centro resta sempre aperta. Tadini formula questa “perdita di un centro” (Hans Sedlmayr), ma la aggira, poiché il centro che cerca è un altro. Non si tratta, sul piano storico-artistico, del centro di Malevic, né di quello di Renoir, né di alcun altro maestro: è una centralità che può essere trasformata conformemente al gioco, al puzzle delle iconografie e alla loro riscrittura, nonché alla loro visualizzazione, riformulazione e metafora metafisica. La riformulazione, il processo dialettico del vedere diversamente per poter interpretare meglio, è l’elemento brechtiano nell’opera di Tadini. Le sue opere possiedono davvero una qualità dialettica. In questo modo, i dipinti sfuggono all’univocità riduttiva, aprendosi a diversi livelli di ricezione, senza per questo seguire il dettato dell’opera aperta di Umberto Eco, un’opera che si realizza pienamente solo nell’interazione con l’osservatore. Qui Tadini procede in modo più tradizionale e più misurato: le sue espressioni valgono anche per l’osservatore come postulati fissi. Il segreto dipinto con un velo ne è una conferma, non una smentita.

Ma le opere necessitano di un osservatore intelligente, sveglio. Si sottraggono e si rivelano solo a chi sa muoversi con ironia e levità nella storicità delle nostre strutture storiche. Perché così opera Tadini: non segue un senso logico, ma soggettivizza nello sguardo retrospettivo, per aprire spazi vitali a sé e ai suoi dipinti.

Sarebbe sbagliato presentare Tadini come creatore di immagini assolutamente inedite, e i suoi dipinti come l’ultima novità nel campo dell’arte visuale: Tadini si inserisce in un ordine, ma lo fa per introdurvi la propria carica esplosiva. È una larva cresciuta dentro il canone, un con-sen-ziente che pre-sente, un conservatore che lavora da rivoluzionario.

Visto sotto questa angolazione, Tadini non è lo strumento di un progetto artistico borghese, ma un artificiere clandestino, capace di mettere in scena quel disagio estetico che, a dispetto dei suoi molti tratti teatrali, sarebbe improponibile per la Scala di Milano (ma non forse per il Piccolo Teatro). Il pensiero di Tadini non è un’affermazione, ma una forzatura, una rivolta. Tuttavia, l’artista sa che non è possibile rompere definitivamente con la storia solo negandola.

Tadini non lavora ex nihilo, ab ovo, non parte dal nulla: è un costruttore, un creatore di strutture che, nel corso del tempo, è in grado di modificare l’impalcatura delle sue costruzioni attraverso la logica o l’assenza di logica, il sentimento o l’esperienza, la coscienza o l’emozione, in modo da non garantirne né la stabilità, né la labilità. Tadini è alla ricerca di un mondo, è un esaltato, un fanatico del lavoro, un egocentrico che percepisce la realtà esterna con le sue grandi antenne, per poi assorbirla come un mollusco ed elaborarla. Perché solo così può nascere una nuova perla.

Dieter Ronte

Bonn, marzo 1995 (Traduzione dal tedesco di Elisabetta Zoni)

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *