Gianfranco Pardi e i Quaderni di Studio Marconi – gallerie d’arte contemporanea a Milano

Studio Marconi

Studio Marconi – i Quaderni – qui un testo di Gianfranco Pardi, uno dei grandi artisti della galleria d’arte di Milano in via Tadino

Gallerie d’arte contemporanea a Milano e grandi artisti Gianfranco Pardi e i Quaderni di Studio Marconi. Più di una volta, dopo la scomparsa di mio padre – Emilio Tadini – nel 2002 e quella di Gianfranco Pardi nel 2012 mi sono trovato a parlare con il gallerista Giorgio Marconi della loro amicizia: più ancora del loro sodalizio lavorativo…

Gianfranco Pardi

Gianfranco Pardi, Diagonale, 1982 – courtesy Fondazione Marconi

Pardi – vincitore sin dagli esordi della sua carriera di un premio San Fedele di Milano e del premio Cesare da Sesto – era l’anima dell’architettura, del design e della grafica di Studio Marconi (il rapporto di collaborazione con la galleria d’arte comincia nel 1967, due anni dopo l’apertura in via Tadino 15, attuale sede di Fondazione Marconi). Era uno degli artisti e amici che frequentava maggiormente via Tadino. “Le riunioni del mezzogiorno”, le chiamavano: una specie di “stato maggiore dell’arte” quotidiano. Un esercizio disciplinato e (mi ricordo sin da bambino) divertente che portava, di fatto, un “esercizio commerciale” – qual’è, in fondo una galleria di mercanti d’arte – al rango di centro culturale milanese di razza: luogo di assiduo convegno di scrittori, filosofi, semiologi, giornalisti, fotografi…

Gianfranco Pardi era uno dei migliori amici di mio padre. Io ho ereditato da Emilio – oltre a un certo numero di opere “scambiate” con l’amico artista – anche una gran passione per l’opera di Franco. Mi viene di chiamarlo “Il baffo”: era il nomignolo impiegato anche nelle comuni vacanze in Valsesia durante le quali, tra infinite passeggiate nei boschi e indimenticabili grigliate in riva al fiume Sesia, Pardi trovava l’entusiasmo per produrre “remake” cinematografici ai quali partecipavamo con gioia. Vi figurate: noi, bambini, a fare le comparse per “Lawrence d’Arabia”? Mino Ceretti, altro valente artista e amico, interpretava i film nel ruolo da protagonista. Tullio Pericoli disegnava le locandine … Ne parlerò ancora, qui. … Ora, senza ulteriore indugio, vi propongo il testo – denso! – di Gianfranco Pardi, scritto nel 1979:

L’occasione di questi appunti è costituita da un gruppo di quadri, parte del mio lavoro del 1977/78 che si intitola “Diagonale”.

Gianfranco Pardi

Gianfranco Pardi – Diagonale, 1985 – courtesy Fondazione Marconi via Tadino 15 Milano

Dice Schoenberg in un testo sulla sua musica: “per l’artista non è affatto difficile dire qualcosa sulla sua produzione, purché si metta da una prospettiva sbagliata”.

Una prospettiva, tuttavia, per quanto sbagliata comporta sempre un centro, un “punto di vista” troppo esterno al luogo dell’opera perché possa essere usato per parlare del proprio lavoro. (Come “parlarsi” allora, se non da un punto di vista esterno, introducendo una specie di risonanza al presentarsi dell’opera?)

Anche queste riflessioni vorrebbero essere – come il titolo dei quadri ai quali si riferiscono – in qualche modo “diagonali”.

Diagonali nel senso che rinunciando alla pretesa di spiegare le opere (che allora non avrebbero immediatamente più nulla da dire), intendono invece rendere conto di quello che, esplicitamente, costituisce in trasparenza il percorso sul quale le opere sono venute in evidenza.

Tutti questi quadri hanno in comune, insieme al titolo “Diagonale”, una specie di trama predisposta – un sistema appunto di intersecazioni diagonali – come una griglia topografica sulla superficie della tela, aperta a differenti soluzioni di percorso.

La parola “soluzioni” mi suggerisce l’utilizzo che se ne fa nell’espressione “soluzione di continuità”, perché questo è un po’ il senso degli interventi che – attraverso quella convenzione di cui parlavo – si stabiliscono in rapporto alla continuità della superficie sulla quale lavoro. Queste soluzioni sono dunque ipotesi equivalenti di rottura della continuità della superficie e differenti perché saggiano, nella diversità dei percorsi, quella ipotesi di equivalenza.

Il lavoro della pittura, come ogni lavoro sul linguaggio, è continuamente liberato (se si vuole usare questa espressione oggi tanto comune) solo dal suo essere in rapporto con la tradizione, dal suo con-formarsi al “patto” di questo gioco “innaturale”.

(Se c’è una “palude dei sensi”, questa è il luogo dove la pittura, costringendo a vedere dovrebbe – invece che nell’astratto silenzio del che significa – cercare i suoi sentieri).

…il gioco può trasformare solo se stesso…, dice Wittgenstein. Il muoversi tutto all’interno di questo gioco può voler dire percorrere quei sentieri nella “palude dei sensi” alla ricerca di una rappresentazione senza qualità. Fare vedere, non esprimere, non comunicare, il senso di un lavoro di trasformazione.

(Non c’è forse contraddizione tra cercare e trovare – secondo il noto dilemma picassiano. Se a trovare si restituisce il senso del “tropo” dal quale deriva, cercare e trovare concorrono continuamente a spostare la difficoltà, a differire la domanda.

L’altra difficoltà: una nota, oscura a me stesso, ma che penso muova incessantemente l’incertezza del mio lavoro: …il lavoro sul quadro è continuamente un inizio e il termine non segna, in ultimo, che un cambiare il passo… perché nel vuoto dell’improbabilità l’oggetto è pur sempre introvabile… ma, anche, la vera questione sta altrove: se è possibile dire che non tutto ciò che si produce ha un senso: o almeno che questo senso è inasseribile perché adagiato sul fondo della sua ombra).

Gianfranco Pardi

febbraio 1979

Il testo si intitola “Post scriptum”, dal Quaderno di Studio Marconi, numero 10 del 22 marzo 1979.

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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