Giorgio Morandi: l’artista visto da Riccardo Bacchelli nel 1918 – documenti di storia dell’arte

Giorgio Morandi

Giorgio Morandi visto da Riccardo Bacchelli

Giorgio Morandi: l’artista visto da Riccardo Bacchelli nel 1918. Un giovane grande pittore “segnalato” da un giovane grande scrittore. Morandi nel 1918 aveva 28 anni, Bacchelli 27. Il testo, splendido, si intitola Valori classici e modernità nell’opera di Morandi. – “Una volta tanto, ci permetteremo di segnalare all’attenzione pubblica un inedito, con l’intento di suscitare, se è possibile, qualche utile curiosità attorno al suo nome. Il pittore bolognese Giorgio Morandi è un ignoto. Scarso e difficile produttore, anche nel modo di esporsi, o meglio di non esporsi, tiene un carattere di sceltezza e di riservatezza, affine all’indole del suo stile.

Riccardo Bacchelli

Riccardo Bacchelli

Crediamo che poche cose siano attualmente tanto estranee alla pittura pura, quanto i discorsi e la pittura che se la fanno. Giorgio Morandi è un puro pittore, perché è un uomo puro fino alla ritrosia. Se lo scientifismo degli impressionisti lo ha poco o niente influenzato, non altrettanto si può dire di quella mediocre metafisica che va sotto il nome di Cubismo, e di quel mediocre criticismo che ha dato luogo alle ricerche di stile, interessanti del resto, che l’hanno accompagnato e seguito. Mediocre, ma preoccupanti, tanto che ormai par quasi una novità il precetto retorico di cercare l’artista fuori e malgrado delle sue teorie. Diciamo subito che nelle sue nature morte non riuscite, anche in quelle dove il precetto di scuola resta più morto ed astratto, in ogni caso quel che Morandi ne ha principalmente assunto è un criterio di purità, cioè di essenzialità. La quale vuol dire, se non erriamo, stile. I soggetti di Giorgio Morandi sono il paesaggio, la natura morta, lo studio di stile in figura, e il ritratto.

Nel ritratto ha prodotto, tra le sue prime cose, un solo lavoro compiuto. È una mezza figura di ragazzina, un viso quasi piatto, di espressione assente è stanca, con un feltro nero in testa. Le indicazioni psicologiche sono molte, sommesse, il colore e di una spogliata severità, la quale serve a mettere in valore le ombre dure. Queste costruiscono il viso. Non c’è nessuna caricatura, nessuna accentuazione. Si direbbe un’opera naturalistica, a prima vista. Eppure è della più ardua ed esclusiva arte pittorica e concorre tutta alle linee architettoniche del viso e all’arbitrio, assai potente, che mette in essere la linea, pesantemente ombrata e crudamente rilevata, delle tempie, che ne è, si direbbe, la chiave, il motivo.

Non ci si meravigli di queste parole antiche, perché tutta l’arte di Giorgio Morandi, francamente moderna, ritrova i valori classici. La sua sensibilità, non esasperata, non coltivata ad arte, anzi rattenuta e sorvegliata, consiste in una certa desolazione e nudità, in un colore asciutto, in un’aria che nega la luce e ammette soltanto forme e colori. Questa appassionata negazione della luce (fissazione e mito degli impressionisti) in favore del colore e delle forme, è il punto nel quale la sensibilità, ossia godimento degli occhi di un pittore, si immette e si trasferisce nel suo stile.

Giorgio Morandi

Giorgio Morandi, nel suo studio a Bologna, 1953 (fotografia di Herbert List)

Seguiamolo nella natura morta e nel paesaggio, che rappresentano il soggetto più svolto e continuato del nostro pittore.

Nelle nature morte abbiamo forse la maggiore indulgenza alle teorie. Una sua natura morta di vetri, tentava deformazioni e scomposizioni le quali quantunque perpetrate su un fondo di solida pittura, restavano quel che possono essere simili pratiche. E non bastavano certi argenti ricchi e freddi del vetro e la composizione sapientemente affastellata, a farle perdonare. Seguirono nature morte di vassoi, recipienti e libri, perfettamente compiute. Pochi pittori di natura morta hanno saputo scegliersi e accomodarsi gli oggetti in modo più adatto, e quelli che l’hanno fatto con uguale giustezza, ci riuscivano perché il loro scopo, di fare una pittura piacevole ed evidente, li lasciava liberi e scettici. Giorgio Morandi si compone ed aggiusta il suo soggetto con la spregiudicatezza di un Jean-Baptiste-Siméon Chardin, ma per fare ben altra pittura. Sono forme tonde ed oblunghe di vassoi, porcellane ondulate, riccioli di cornici di legno, d’orologi, bottiglie e brocche, le quali si combinano, rare, spaziate, intere, su fondi opachi e uniti, con ragioni proprie e comuni. Direi che assistono, tanto sono necessarie e sole. Ripetiamo, l’enunciazione sola degli oggetti è un criterio e una definizione. Sono forse le opere più piene e gioiose di Morandi, e quelle che danno l’idea di essere giunte alla saturazione. Si pensa che di nature morte non ne farà più.

Un paesaggio, dipinto al tempo del ritratto, presenta gli stessi caratteri del ritratto. È un folto di verde faticoso, come dice Dino Campana, con due linee di colline scendenti, con rami sospesi. È fortissimo il senso della natura pomeridiana di grande estate, ma sottinteso. Il quadro concorre ad un albero centrale ed alla sua architettura. In questo, come nel ritratto, si potrebbe fissare il raggiungimento e la fine di una prima maniera. Dopo si andò sempre più spogliando di naturalismo, in una elaborazione di motivi sempre più esclusiva. Linee di monti, frondi ricurve e slanciate e senso della profondità, elementi del paesaggio, insieme ad una combinazione più larga e numerosa, sono le proprietà che distinguono, in quanto pittura, i suoi paesaggi dalle nature morte. La profondità, essendo naturalmente abbandonata ogni prospettiva geometrica, ed essendo il colore unito e quasi senza ombre né gradazioni, è ottenuta mediante certi segni conducenti, che corrispondono molto semplicemente ai lineamenti del paese, e con certe soluzioni di continuità, specialmente tra colore e colore, di una tale certezza stilistica da offrire ben pochi esempi uguali nella pittura moderna. Verrebbe fatto il gran nome di Giotto. A proposito di questi paesaggi si può parlare perfino di sentimento drammatico.

Uno, recentissimo, rappresenta una collina (Giorgio Morandi ha una primitiva fedeltà ai suoi oggetti e paesi). In basso e davanti due schiene di monti, ridotte a pure linee ricorrenti e dondolanti, fuggono e salgono. Tra le due entra una strada di montagna, che sale da un angolo e volta. In alto, al centro, al termine delle schiene di monte, coronate da tre cocuzzoli di collina terrosa, una casa è collocata in mezzo a un prato. Questa casa è singolare. Collocata con una certa incertezza in quel posto eminente, fa vedere d’esser là per caso, come capitano sempre le cose significative, scoperte più a ricordo che sul momento. Per di più cerca di sparire, anzi un lato è appena una macchia assorbita dal verde del prato. E il fatto che l’unica e già così lontana presenza umana sia tanto labile, a un fuggevole sapore di simbolo. Sopra, il cielo è dato da qualche macchia affiorante sulla tela scoperta, di colore rosso mattone. Un cielo veramente inquietante, drammatico, quantunque ogni dramma ed ogni sentimento siano così lontani e dimenticati. È un cielo e un paese così innaturale e musicale, da sembrare un’allucinazione. Quanto agli studi di stile, sono probabilmente le opere meno riuscite e più impacciate di reminiscenze, ma appunto come il genere che offre maggiori pretesti e giochi alla fantasia, sono quelle che contengono le maggiori possibilità a opere più complesse e divertite, a ritorni di sensualità e ad incorniciature meno scrupolosamente evitate, le quali anche sono cose necessarie, se non altro per poter continuare.”

Riccardo Bacchelli

su Giorgio Morandi

Da Riccardo Bacchelli: “Valori classici e modernità nell’opera di Morandi”, in “Il Tempo”, Roma, 1918

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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