Giuseppe Ajmone: l’artista visto da Franco Russoli per la Biennale di Venezia del 1962

Giuseppe Ajmone

Giuseppe Ajmone – dettaglio da Una rosa (1958)

Giuseppe Ajmone: l’artista visto da Franco Russoli per la Biennale di Venezia del 1962. La pittura di Giuseppe Ajmone è una testimonianza lirica, la pagina di un diario di emozioni e di impressioni, più che di fatti. Egli cerca di fissare, nell’immagine pittorica, non il vero nella sua autonoma oggettività, ma il vero carattere e nell’aspetto che esclusivamente assume un rapporto con la condizione sentimentale dell’artista.
Tra Giuseppe Ajmone e il suo ambiente, esiste un gioco continuo di dare e avere: le cose, i personaggi, i paesi, acquistano valore e significato in quanto scoperti e condizionati dalla sensibilità e dal sentimento del pittore nei suoi differenti momenti psicologici. Ma essi sono, a loro volta, elementi determinanti della vita sentimentale e della ispirazione poetica e stilistica di Giuseppe Ajmone. Questo rapporto tra natura e opera d’arte sembra definire una posizione di tradizione romantica o intimista, con una prevalenza del dato contenutistico su quello di creazione linguistica – posizione ritenuta oggi da alcuni, con sciocca sufficienza critica, superata è sterile.

Giuseppe Ajmone

Giuseppe Ajmone – Una rosa (1958)

Non ci stancheremo mai di ripetere che la validità attuale di un’opera d’arte non è data dagli aggiornamenti culturali, ma dalla forza di scoperta del vero, anche di un particolare e soggettivo vero, in un linguaggio che abbia i suoi titoli di modernità nella novità stilistica, e non nell’inattesa trovata dell’avanguardismo ad ogni costo.
De Stael, Giacometti e Bacon insegnino, tra gli altri.
Giuseppe Ajmone ama il suo mondo e studia i suoi maestri: non rinuncia ai dati espressivi della tradizione che si è scelto, ma gli evolve e interpreta con una sicura coscienza. Egli si pone, tavolozza alla mano, di fronte alle apparenze quotidiane che nutrono la sua sensibilità, e le indaga con inquietudine, con ansioso affetto, nello sforzo di captarne il significato relativo alla situazione di oggi, senza remore e aiuti accademici. Egli non abbandona o mette in dubbio il “mondo esterno”, vi crede anzi con piena fiducia, con abbandono sentimentale. Però ne sceglie gli aspetti a lui consentanei, cioè quelli meno storicizzabili, meglio implicanti un giudizio, i dolci, evocativi aspetti della vita nel suo scorrere quotidiano. Sono paesaggi, oggetti, nudi, colti nella sempre loro diversa apparizione nella luce cangiante: e la luce infatti che assume nella sua pittura la funzione di mezzo di definizione dei differenti stati d’animo. La luce, e la collocazione di tali oggetti e personaggi nello spazio: ora vicini, quasi incombenti sul riguardante, ora allontanati in fuga prospettica, questi compagni continuamente contemplati e studiati da Giuseppe Ajmone diventano così testimoni simbolici delle sue scoperte liriche e delle sue vicende sentimentali. La luce e lo spazio li assorbono, li riducono quasi a fantasmi della memoria o a miraggi della speranza – oppure li chiariscono e li determinano con esattezza, veri e propri interlocutori in un dialogo senza fine, che, per essere utile, esige la reciproca conoscenza più assoluta e più intima.
La pittura si muove allora tra i poli della vibrazione atmosferica, e della struttura cristallina delle forme naturali. Un battito di luce scopre il particolare fugace che l’esigenza di bloccare la forma aveva tentato di eliminare. La sensibilità lotta, e collabora insieme, con la ragione, con la ricerca dell’essenziale. Bonnard da un lato e Braque dall’altro sono i maestri nemici da conciliare in nuove visioni. Nei dipinti di alcuni anni or sono, era più evidente l’impianto di forme semplificate, in un intarsio di volumi ridotti a scaglie di luce, in un ritmo spaziale di profondità cristalline. Ma già la dolcezza del colore gemmante nella luce, e le improvvise divagazioni, le fioriture analitiche, indicavano il desiderio e la necessità di includere nel quadro una più complessa e immisurabile realtà di cose viste e subito amate. Nell’armonioso ordine intellettuale si insinuava il richiamo della sensualità, e l’epidermide voleva la sua parte.
E bisognava fondere tali voci opposte in un coro ampio, in una musica che nascesse non dall’impegno di una astratta regola strutturale, né dall’incontrollato sfogo di un’emozione, bensì dalla matura coscienza dell’unità, dell’indissolubilità di tali contrastanti elementi del proprio temperamento sentimentale e lirico. Alcuni dipinti testimoniarono di un abbandono alle suggestioni naturalistiche, altri di uno sforzo di ordine quasi purista. Ma la via era quella, né poteva essere abbandonata per più piacevoli traguardi. Nelle opere riunite, Giuseppe Ajmone dimostra ancora una volta l’onestà e il rigore del suo impegno: sono pitture chiare nelle intenzioni e felicissime nei risultati. La realtà si trasfonde in immagini formate di luce-colore, dense e ben definite, in volumi e superfici che non consentono abbandoni al casuale, all’indeterminatezza suggestiva, eppure vibrano e vivono di continui trasalimenti, di metamorfosi poetiche. Si noti come non esista mai un tono che dia la base di sviluppi cromatici decorativi, ma come la nota dominante del colore nasca dal vero che sia continuamente rotta e variata dalle incidenze di altre luci e toni che si sono imposti alla visione del pittore. E come la definizione formale non segua una regola, una cifra, ma si presti, con libera coerenza, alle richieste dell’occhio e del sentimento. La tessitura pittorica è finissima, ma non raffinata: sopporta i nodi e gli strappi di una lavorazione difficoltosa, condizionata dall’ansia di non perdere la trama essenziale e imprevedibile dell’essenza naturale delle cose.
È una pittura tesa, controllata, eppure si discioglie in tenerezze suadenti, si libera in scatti e gesti eccitati. Questa è la sua attualità, il suo continuo rischio poetico: il suo correre parallelo, sulla via della ricerca stilistica, al flusso della vita “esterna”, senza mai, ora, disperdersi nello specchio ingannevole del naturalismo.

Franco Russoli su Giuseppe Ajmone

– dal catalogo della 21ª Biennale Internazionale D’Arte, Venezia, 1962

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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