La camera di Vincent ad Arles: il dipinto di Van Gogh visto da Tadini

Van Gogh

Van Gogh La camera di Vincent ad Arles – dettaglio dell’opera

La camera di Vincent ad Arles: il dipinto di Van Gogh visto dall’artista e scrittore Emilio Tadiniseconda parte (leggi la prima al > LINK). Non si vedono altro che cose fabbricate, in questo dipinto di Vincent van Gogh. A parte quel paesaggio in subbuglio di là dalla finestra.

Noi sentiamo distintamente la presenza della materia di cui queste cose sono fatte – il legno, la terracotta, la stoffa, la calce, il vetro… Ma, nello stesso tempo, e altrettanto distintamente, noi vediamo rappresentata la forma di queste cose. E tutto per forza di pittura.

La materia, la forma… Ma non è tutto. Guardando questo dipinto, è come se potessimo sentire, in atto, la funzione di queste cose. Sentiamo che il letto si dispone ad accogliere nel modo giusto il corpo di qualcuno che vi si distenda. Sentiamo che le sedie si dispongono ad accogliere nel modo giusto il corpo di qualcuno che vi si sieda. Sentiamo che il pavimento si dispone ad accogliere nel modo giusto il peso e il passo di qualcuno che entri nella stanza dopo avere aperto quella porta.

È prima di tutto nel disporsi docilmente, amorosamente, alla propria funzione che una cosa fabbricata si manifesta nella sua presenza? Una specie di patto tra la materia e l’immaterialità del nostro desiderio, della nostra volontà…

Van Gogh Camera da letto di Arles

Van Gogh Camera da letto di Arles

Falegname o pittore, chi disegna e fabbrica qualcosa dovrebbe essere in grado di metterci – nella fabbricazione e nella cosa – non soltanto la propria cura a proposito di una funzione astratta ma anche il proprio sentimento di amore per lo sconosciuto che di quella cosa userà, per il gesto che “metterà in funzione” quella cosa.

Nello straordinario atto di rappresentazione, di presenza, che ci si manifesta in questo dipinto, che cosa è presente? Soltanto la stanza, il letto, le sedie, il tavolino – e tutti gli altri oggetti che entrano nell’opera di van Gogh?

Forse potremmo dire: prima di tutto è presente la presenza. E allora la nostra stessa capacità di sentirla, di accoglierla.

È come se per un momento, davanti a questo dipinto, noi fossimo messi nelle condizioni di vedere, di sentire davvero, in tutta semplicità e chiarezza, il senso della parola “essere”.

Come ci è capitato poche altre volte davanti a un dipinto, noi qui sperimentiamo il senso che può avere il manifestarsi di qualcosa nella prossimità spaziale e psichica, il suo offrirsi prepotentemente alla nostra percezione, alla nostra sensibilità. E insieme il senso che può avere l’essere, noi, tirati in ballo e attirati da qualcosa che ci si manifesta con forza nella presenza. Sapendo che non vogliamo e non possiamo tirarci indietro, che non vogliamo e non possiamo rifiutarci di partecipare.

Perché non c’è nessuno, in questa stanza di van Gogh? Perché – potremmo addirittura chiederci – questa stanza è così clamorosamente vuota?

Forse potremmo pensare al “vuoto” di un palcoscenico, a teatro subito dopo l’alzarsi del sipario. Potremmo pensare a quel vuoto e alla sua forza di attrazione. E a noi, in attesa, a noi che aspettiamo soltanto che quel vuoto si colmi e venga percorso.

Forse davanti a questa stanza vuota siamo indotti a sentire intensamente la straordinaria energia prodotta da qualcosa che potremmo chiamare una imminenza.

Quando diciamo: “qualcosa sta per succedere” e come se parlassimo, specificamente, di energia, di pura energia.

Forse in questo dipinto è in atto una specie di allegoria spoglia, ridotta al minimo. E cos’è “l’altro” di cui “si parla”, l’altro di cui parlano queste cose, l’altro di cui queste cose sembrano preannunciare indefinitamente e perentoriamente la venuta?

Che cos’è l’altro, di cui alla fine queste cose sembrano manifestare la presenza virtuale? Forse questo “altro” sono i gesti dell’uomo.

Come lo chiameremmo, quest’uomo? Lo chiameremo “Colui al quale questa camera appartiene”? Certo. Ma forse dovremmo subito aggiungere: “Colui che appartiene a questa camera”.

I gesti di quest’uomo saranno molto semplici, del tutto normali. Quelli che noi chiamiamo gesti “comuni” – perché appartengono a tutti, perché sono cosa la cui materialità e il cui senso tutti noi condividiamo. Comuni come sono comuni gli oggetti che appaiono nella Camera da letto.

È sintomatico. Dando un senso negativo alla parola “comune, una certa cultura, un certo costume non fanno che mostrare la propria limitatezza – la propria separatezza, la propria miseria.

Dalla parola “comune” viene la parola “comunicare”, che vuol dire: fare in modo che qualcosa – un pensiero più o meno evidente formulato in parole, o in figure o in suoni – possa essere messo a disposizione di altri, fare in modo che qualcosa venga da altri condivisa. La cosa più comune a una collettività e la lingua.

Comunicare non dire soltanto “rendere pubblica una serie di notizie” come sembrerebbe risultare dall’uso che si fa della parola “comunicazione” nell’espressione “comunicazione di massa”. Pensare al senso – al senso laico e al senso religioso – della parola “comunione” e della parola “comunità” può forse chiarirci le idee a questo proposito.

Quali sono i gesti comuni dell’uomo evocati in questo dipinto dal disporsi di alcune cose – comuni anche loro – secondo un ordine, in uno spazio? Ne abbiamo già parlato a proposito della “disponibilità” mostrata dagli oggetti nella camera. Sono gesti come entrare nella stanza, prendere qualcosa dal tavolino, sedersi su una sedia, guardare fuori dalla finestra, guardare un quadro, guardarsi allo specchio, stendersi sul letto…

I gesti comuni dell’uomo evocati in questo dipinto non sono altro, in fondo, che i gesti essenziali dell’abitare.

Ogni abitare è anche un darsi fiduciosamente a qualcosa che ci accoglie, che ci protegge, che ci custodisce. Per questo si appartiene a una casa tanto quanto la casa appartiene a noi.

In ogni abitare noi determiniamo e sperimentiamo il modello minuscolo di una fondamentale sistema di relazioni. Il modello del nostro sistema di relazioni con il mondo.

Ci sembra di sentirli, davanti a questa stanza dipinta di van Gogh. I gesti. La volontà. L’abbandono, anche. Soprapensiero – verso qualche altro pensiero, comune, vertiginoso, nel caldo e nel silenzio di una estate eterna… Perché ci è dato di sentirlo, in questa camera vuota, l’esterno, il mondo che si stende di là dalla finestra, di là dai muri.

I grandi dipinti storici vogliono rappresentare il valore della storia quale è prodotto dai “grandi” fatti, dai fatti “fuori del comune”. E lo rappresentano, tale valore, nei gesti compiuti da uomini eccezionali che entrano e agiscono su una scena eccezionale. Battaglie (sembra che la storia, sinistramente, si identifichi nella guerra), cerimonie, riunioni… Fatti comunque decisivi per la sorte di milioni di uomini.

In questa stanza non c’è nessuno. Ma i semplici gesti dell’uomo sono presenti. Li sentiamo, abbiamo detto. Quale Valore rappresentano tali gesti assenti e presentissimi?

Davanti a questo quadro, la parola “Valore” può agire senza che noi siamo portati a diffidarne e senza che noi cerchiamo di determinarla in un modo o nell’altro. E come se la parola “Valore” ci sembrasse immediatamente comprensibile, e del tutto fondata. Un po’ come è stato detto che “il verbo si è fatto carne”…

Forse potremmo dire: il “Valore”, in questo dipinto, è rappresentato, portato concretamente nella presenza. Come il letto, le sedie, di tavolino. O meglio: insieme al letto, alle sedie, al tavolino. E insieme a quei semplici gesti comuni – evocati. Dentro di loro. Che vuole anche dire, naturalmente: dentro la pittura che li ha dipinti.

Il “Valore” di cui stiamo parlando senza cercare di definirlo (o forse non facendo altro che cercare di definirlo) non viene “dopo” la figura di quelle cose nel dipinto, non viene al loro seguito. Non ha incominciato a darsi dopo che il dipinto è stato finito.

Il “Valore” di cui stiamo parlando non è lo Spirito che scende sulle cose fabbricate dalla pittura, disposte dalla pittura a riceverlo. È come se quel Valore – se proprio vogliamo identificarlo – si identificasse con la pittura stessa. Con quella pittura “intenta”…

È la pittura di Van Gogh che porta per noi alla presenza il “Valore”. La pittura, naturalmente, non in astratto – come pura forza immateriale. E neanche la pittura intesa come pura materia pittorica.

La pittura – come primordiale ed eterna lingua dell’uomo, prima di tutto, e poi come parola, come decisione del pittore – porta qui alla presenza il Valore dando forma alla figura di cose semplici, quotidiane, comuni. Disponendole nello spazio. Evocando attraverso di esse i gesti semplici, quotidiani e comuni dell’uomo. Il suo bisogno di abitare. La sua attitudine ad abitare. Il suo essere fatto per abitare – per abitare una camera, per abitare il mondo.

Quando nei Pensieri Pascal dice “Tutta la nostra infelicità deriva dal fatto che noi non siamo capaci di stare in una stanza senza far niente”, forse non vuole dire soltanto che tutto il male deriva dal fatto che noi non sappiamo deciderci a restare per sempre nel chiuso di una stanza e che invece vogliamo uscire fuori, nel mondo esterno. Forse potrebbe anche voler dire che tutto il male deriva dal fatto che noi non sappiamo vivere secondo un giusto sistema di relazioni nello spazio di una stanza, con gli oggetti che abbiamo intorno. E allora vuol dire che, se noi sapessimo farlo, questo significherebbe che noi sapremmo anche vivere secondo un giusto sistema di relazioni nel mondo.

L’evento – che in un grande quadro storico consiste nel concorso di fatti e di uomini eccezionali in un momento eccezionale della storia – l’evento qui consiste nel darsi, con forza e inequivocabilmente, di qualcosa di molto semplice. Cose povere in uno spazio. I gesti dell’uomo, altrettanto semplici – il suo abitare. Evocati.

Un darsi del tutto semplice ma assolutamente indistruttibile. Un essere. Mostrato – visto – nell’istante di quella sua normalissima pienezza e grandezza, infinitamente superiore a ogni negazione, al di là di ogni negazione.

Una tale carica di energia… Come soltanto un semplice, comunissimo atomo può contenere produrre.

E come se Vincent van Gogh ci dicesse: “il Grande Evento, l’Evento Capitale, succede adesso, qui. E ancora, adesso, qui. E ancora in ogni istante. Si dà nella limpidità e nella trasparenza delle cose più povere e più semplice, nella limpidità e nella trasparenza dei semplici, comuni, gesti dell’uomo. Qui è il Valore”.

Emilio Tadini

sul capolavoro La camera da letto di Van Gogh

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Potete trovare L’occhio della pittura, il saggio (edito da Garzanti nel 1995) di Emilio Tadini, anche in consultazione e prestito alla Casa Museo Spazio Tadini di via Jommelli 24 a Milano. L’associazione culturale Spazio Tadini, fondata da Francesco Tadini e Melina Scalise è sede dell’Archivio Generale delle opere del pittore e scrittore milanese, oltre a essere inserita nel circuito delle Case Museo di Milano Storie Milanesi e della rete culturale Anime Nascoste, costituita da luoghi pubblici e privati dediti – anche almeno in parte – alla cultura in tutti i suoi aspetti, dalle arti allo spettacolo dal vivo. Anime Nascoste è fondata dal regista teatrale e giornalista Alberto Oliva, autore dell’omonima rubrica sul quotidiano Il Giorno. In edicola – e presentata nel 2016 nella splendida cornice di Palazzo Reale – la guida “Scoprire Milano” che racconta i primi 100 (divisi in categorie di attività e interesse anche turistico) di tali spazi culturali e di intrattenimento.

A Spazio Tadini si organizzano numerose mostre d’arte – personali e collettive – con taglio storico e, frequentemente, dedicate ad artisti giovani ed emergenti. Oltre alle esposizioni, nella sede di via Jommelli 24 (in zona Loreto / Lambrate/ Piola) Melina Scalise e Francesco Tadini danno vita ad un nutritissimo programma di spettacoli, concerti, presentazioni editoriali, convegni e degustazioni dedicate ad una selezione – secondo criteri legati al concetto di ecosostenibilità –  della produzione enogastronomica italiana.

Francesco Tadini, dopo un’intensa attività come regista e autore televisivo – nonché produttore di multimediali anche a sfondo ludico / educativo – ha aperto anche il blog / magazine d’arte, design, fotografia e lifestyle online “Milano Arte Expo“, che attualmente raccoglie un pubblico di circa 1300 visitatori unici giornalieri.

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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