La pittura di Van Gogh: colore, luce nella Camera di Arles

Vincent van Gogh

Vincent van Gogh – analisi de La Camera da letto fatta da Emilio Tadini dal saggio L’occhio della pittura

La pittura di Van Gogh: colore, luce nel quadro La camera da letto di Arles. Il capolavoro e l’analisi dall’artista e scrittore Emilio Tadiniterza parte (leggi le altre al > LINK). Forse nel dipinto – nel calore, nell’umiltà del dipinto – e come se Van Gogh ci dicesse anche: “non abbiate paura”.

Vengono in mente la domanda e la risposta, in una concatenazione elementare e davvero sublime, nella poesia di Rimbaud: “Che cosa? L’Eternità”. Viene in mente la serenità altissima che sentiamo non soltanto nella risposta, ma anche nella domanda. La serenità altissima che sentiamo soprattutto nel calmo predisporsi della domanda alla accettazione di una risposta tanto clamorosa e potente.

Questo dipinto di Van Gogh è per noi come una rivelazione. Noi consentiamo a questa rivelazione di turbarci. Ma, in qualche modo, siamo anche in grado di difendercene. E nel modo più semplice, più ovvio. Una volta che distogliamo lo sguardo dal dipinto, la violenza di quella rivelazione ci abbandona. È un po’ quello che ci capita con il sole. Anche il sole noi possiamo guardarlo soltanto per poco tempo.

Forse la follia di Van Gogh è stata prodotta dalla impossibilità, per la sua mente e i suoi sensi, di sopportare quella rivelazione, di andare avanti a sopportarla, quella rivelazione, senza soste, senza remissione, senza pause.

Forse la follia di Van Gogh è stata prodotta dalla coscienza della propria impossibilità di fissare di continuo e per sempre la luce abbagliante, bruciante, di quella rivelazione.

Forse la follia di Van Gogh è stata prodotta dalla coscienza della propria impossibilità di riconoscere e di sentire di continuo e per sempre la strepitosa potenza racchiusa in ogni istante di vita, in ogni cosa davvero presente. Quella strepitosa potenza che fa di ogni comune istante di vita – di fronte al mondo, nel mondo – l’Evento capitale. Il Valore.

“Che cosa? L’Eternità”.

Forse la follia di Van Gogh è stata prodotta dalla coscienza di una impossibilità, di un limite. Dalla coscienza di una rinuncia. E, allora, da un angoscioso rimpianto.

Abbiamo parlato dei gesti dell’uomo evocati in questa stanza. Ma chiediamoci ancora una volta: perché in questa stanza non c’è nessuno?

Forse questa stanza è vuota – non occupata – proprio perché è del tutto aperta, perché si dispone ad accogliere chiunque voglia abitarla. Basta guardare il dipinto per abitarla, se lo si vuole.

In questo interno fra tutti gli interni, l’esterno è più che presente. La riempie, l’esterno, questa stanza. In questa stanza, la presenza dell’esterno si manifesta nella luce. Questa è la luce forte del sud.

Dall’Olanda al nord della Francia, da Parigi ad Arles, e come se Van Gogh desse la scalata alla luce.

La luce così forte, negli ultimi dipinti di Van Gogh, che sembra che tutto vada a fuoco. Quei segni vorticosi, fiammanti…

Negli ultimi dipinti di Van Gogh non si capisce se le cose – il mondo – sono il fuoco o sono la cosa che brucia. Negli ultimi dipinti di Van Gogh non si capisce se la stessa pittura è fuoco o cosa che brucia.

Il Sublime romantico si traduce soprattutto nella relazione tra la grandezza soverchiante, terribile, di qualche manifestazione della natura nel paesaggio e la capacità dell’uomo di resistere, senza cedere, senza ritrarsi, di fronte alla violenza di quella sproporzione. (E sembra molto probabile che questa non sia altro che una metafora della condizione elementare del vivo di fronte allo “spettacolo” della morte.)

Guardando questa stanza – guardando questo dipinto – può venire in mente il Sublime. Può venire in mente la forza che ha consentito al pittore di resistere di fronte all’irrompere nella sua pittura della pura e semplice potenza della vita – di quella potenza che tiene vivo il mondo. Può venire in mente la forza di questa pittura – di queste cose dipinte – di fronte alla distruzione, di fronte al Niente che si manifesta, qui, nello stesso spazio e nello stesso tempo…

Adesso una citazione. Per allargare, diciamo, il contesto. E, certo, senza voler alludere ad analogie, che non avrebbero senso. Pressappoco in quegli anni, il Presidente Schreber, ricoverato in manicomio, sta subendo e fabbricando il suo gigantesco delirio. Freud annota: “Schreber costruisce un mondo in cui poter di nuovo vivere. Lo costruisce mediante il lavoro della delusione. La formazione delusoria, che noi prendiamo per il prodotto della patologia, è in realtà un tentativo di riprendersi, un processo di ricostruzione“.

Nel proprio delirio, Schreber si sente “attraversato da raggi”. E, come compensazione alla propria angoscia, descrive la gioia che prova a immaginarsi “figure, cose da vedere, paesaggi, soprattutto”. Scrive: “guardare quelle immagini purifica i raggi, che mi entrano dentro senza la solita forza distruttiva”.

Van Gogh ha scritto: “Ho preferito la melanconia che spera e che aspira, e che cerca, a quella cupa, stagnante, che dispera“.

Fattosi ricoverare nell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy, Van Gogh in un anno dipinge più di 100 quadri.

Nel XVII secolo, la parola “melanconia” indicava lo stato prodotto nel corpo e nell’anima dall’ “umor nero”. Uno stato di ansia, di angoscia. Fatica, pena del vivere. Lo si considerava come lo stato psichico tipico di gran parte degli artisti.

La scelta che Van Gogh sente di dover fare non è tra la melanconia e il suo contrario, ma fra due melanconie. Tra due angosce.

Nel XVII secolo si pensava che fosse proprio il ristagnare dell’umor nero a produrre lo stato melanconico. Van Gogh rifiuta la melanconia “stagnante”. È come se scegliesse una melanconia che, senza togliersi, sia capace di contraddirsi, di darsi al movimento. È come se scegliesse una angoscia “produttiva” – la produttività, la fecondità dell’angoscia.

E come se Van Gogh si sforzasse continuamente di opporre al nero della melanconia il giallo smagliante, fervoroso, infuocato – solare – della sua pittura.

Anche il sole, in questa stanza, è come se fosse dentro, non fuori. La pittura che si addensa ai vetri della finestra è meno luminosa e calda di quella che risplende all’interno.

I mangiatori di patate Van Gogh

I mangiatori di patate – Van Gogh

I mangiatori di patate“, che Van Gogh ha dipinto nella regione mineraria del Borinage è un dipinto cupo, disperato. Un dipinto fuori della speranza – come quei quattro personaggi seduti intorno al tavolo a mangiare patate dallo stesso piatto. Senza dire niente. Senza pensare a niente.

Eppure nei “mangiatori di patate” sembra che la luce non venga soltanto dalla lampada che pende sopra il tavolo. Sembra che venga, la luce, anche dalle patate che posano nel piatto.

E come se nei “mangiatori di patate” Van Gogh rappresentasse una specie di Sacramento. Un pasto povero, miserabile. Ma, in qualche modo, sacro. Questo dipinto è del 1885solo tre anni prima della Camera da letto.

Tra “I mangiatori di patate” e La Camera da letto ci sono pochi anni – ma è come se fosse passata un’epoca. Van Gogh lascia il Nord per arrivare – come alla fine di un percorso iniziatico – alla luce del sud, all’astrazione, addirittura, della luce. Passando da Parigi. È a Parigi che Van Gogh conosce la pittura degli impressionisti e dei loro eredi. E di Seurat, di Gauguin.

Agitato com’è da una malinconia furente, eccitato dal sogno di una totale risoluzione della propria passione etica nella forma della pittura, Van Gogh è lontano dal mondo della cultura di Parigi. Ma la pittura che trova a Parigi – proprio quel modo lì di dipingere – sarà per lui decisiva.

Il “tocco” degli impressionisti… Il divisionismo, il puntinismo di Seurat – quelle sue figure che sembrano recuperare miracolosamente una forma nel disporsi effimero di uno sciame ronzante di atomi pittorici…

È come se il mondo fosse continuamente sul punto di disfarsi, come se soltanto la scrittura pittorica – tracciata dalla mano, in evidenza, del pittore – potesse interpretarne una provvisoria consistenza.

Tutto questo servirà a Van Gogh per arrivare a mettere insieme il proprio alfabeto pittorico. Con la sua pennellata dura, sostanziosa, violenta, Van Gogh, anche lui, farà a pezzi la struttura del colore compatto. E darà corpo non a un accumulo di frammenti ma al fluire violento di una vera e propria energia figurale.

Il punto d’arrivo, per Van Gogh, sarà quella “scaglia” di colore che nei suoi ultimi quadri renderà visibile una specie di accelerazione parossistica del moto delle particelle di pittura.

Un mondo sempre sul punto di esplodere, un mondo che danza…
Talmente insostenibile sembrerà farsi l’aumento della velocità, del calore, che la massa pittorica sembrerà trasformarsi senza residui in pura energia.

Emilio Tadini

sul capolavoro La camera da letto di Van Gogh

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L’occhio della pittura, libro di Tadini edito da Garzanti, 1995) è in consultazione e prestito alla Casa Museo Spazio Tadini di via Jommelli 24 a Milano fondata da Melina Scalise e Francesco Tadini. Negli spazi di un’ex tipografia d’epoca (primi del Novecento) trovate la sede dell’Archivio Generale delle opere del pittore e scrittore di Milano – inserito nel circuito delle Case Museo e atelier d’artista  Storie Milanesi e della rete culturale Anime Nascoste fondata dal regista teatrale e giornalista Alberto Oliva.

Dapprima regista e autore televisivo, Francesco Tadini  ha aperto, oltre all’Associazione di via Jommelli, anche il magazine d’arte, design, fotografia, lifestyle “Milano Arte Expo“, che attualmente raccoglie online un pubblico che supera le 2000 visite quotidiane.

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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