L’Opera di Emilio Tadini : i giornali di Milano e il lavoro del giornalista in un giallo del 1980

Emilio Tadini

Emilio Tadini – L’Opera, Einaudi, 1980

L’Opera di Emilio Tadini :  i giornali di Milano e il lavoro del giornalista in un giallo del 1980 del pittore e scrittore pubblicato da Einaudi. Scrisse Arturo Carlo QuintavalleIl romanzo di Tadini costitutiva anche una polemica contro la critica che inventa gli artisti…  (…) di quel particolare tipo di operatore che costruisce le mode, che esalta un gruppo o lo deprime, che si fa lui stesso attore sulla scena dell’arte.” Qui ve ne daremo qualche brano. Ecco l’inizio:

1.

La proprietà è un mistero. Manda oracoli oscuri, inaspettati. Voci, piovono, frammenti. “Vuol dire… Non vuol dire…” Enigmi, ci arrivavano, al giornale. “Dice, la proprietà…” E poi, dice: “si dice che dica”. Alt! Sentiamo! Carriere, si fondavano, sull’interpretazione di quei detti. E anche le tegole che piombavano giù da quella nebbia, o luce che fosse, là in alto. Erano come un tuono, un fulmine. “Ahi natura!”, si rassegnava il massacrato…
Ma il dio del sostantivo impersonale, a volte, di sorpresa, ci si manifestava in carne e ossa. Non che durante quelle brevi apparizioni ci si facesse vedere grandi cose. Non si esibiva certo al suo massimo – in qualcuno di quei prodigi catastrofici che cambiavano la linea del giornale, dando o togliendo l’appoggio a un partito, a un governo. No certo. Qualche sciocchezza – niente, piccole creazioni… Ma era il modo. L’agio, la sicurezza. Virtuosismi! Da restare a bocca aperta, come riuscivano sempre, esibizioni e esperimenti.
Lei, per esempio, “Donna straordinaria”. Passava soavemente per i corridoi, si scusava: “Oh, ma voi state lavorando… Vi disturbo…” E poi, non so, suggeriva qualche recensioncina, una nota, oppure: “facciamo qualche cosa per l’ambiente…” “Ah, le nostre foreste!” Timidi desideri, nient’altro, sembravano, solo speranze appena accennate. Ma colonne, in risposta, di piombo (in terza pagina) si innalzavano.

Da un paio di anni si era data all’impegno civile, la straordinaria, maturata. (Cercava meriti, al crepuscolo?) Ne inventava sempre una. Costante, la tendenza a esagerare – anzi, a fare che gli altri esagerassero. E adesso: “Li assumiamo, quei poveri infelici? E sapremo essere generosi?” Sapranno, sapranno… assumeranno…

Emilio Tadini

Emilio Tadini – L’Opera, 1980

2.

Con il tam-tam si dovevano essere chiamati – da un istituto, da un quartiere all’altro, da una collina, su, in Brianza, all’altra, fino ai laghi, gli imperfetti, fino in valle, agli alpeggi, alla frontiera. Le invasioni barbariche! Cioè, le migrazioni, le migrazioni dei popoli. Giù, verso il sole al neon! Come se fossero stati lì, dietro l’angolo, ad aspettare, in massa, bivaccando intorno ai fuochi dei bar. E di colpo, il giorno stabilito, il palazzo del giornale si era riempito di creature inverosimili. Spaccato, il minuto! Una esplosione! Di furia e rotolando, serpeggiando solidali per le scale… Dalle finestre, erano entrati, dagli scarichi – vinto l’assedio – dalle prese d’aria! Dentro! E gli ultimi, incrodati sui fregi, sulla facciata, verso strada… Salvarli, recuperarli anche loro… Uno su cento, ne sarà stato assunto. Eppure… Uscieri, fattorini, uomini di fatica: tre piani di museo!

3.

Insediàti dall’oggi al domani, gli anomali, annidati, come se quello fosse il loro habitat da sempre, esagerati, infaticabili. Da saltar via, la notte, nel corridoio, sotto le quaranta candele imposte dall’amministrazione. Occhi spalancati, gli aborigeni, stravolti. Le mani manieristiche, gemiti con risate… E la porta che cigolava, cigolava, e niente: finché, dopo un’eternità, strisciavano dentro certi nani, gracchiando, con in mano (in bocca?) una lettera, un fascio di bozze… Addio, gli ex carabinieri di una volta, belli dritti, capelli d’argento, pronti a scattare sull’attenti, o quei bei reduci un po’ giallini, servizievoli, addio gli ex partigiani con il basco, che ti davano del tu, minuziosi nel discutere ogni incarico. Finiti! Le orde, adesso, venute giù dal caos!

Di tutti i tipi, ce n’erano. Quelli efficientissimi, macchine sballate che giravano a vuoto, capaci di gesticolare a velocità incredibili gli atti più elementari – che si muovevano scatti, a scatti, pestando contro vetrate, sedie e pareti – pum! – a zig-zag nei corridoi, e producevano (bocche oblique! bocche verticali!) masse enormi di suono indecifrabile, elettronico. E poi quelli assorti, che stavano lì, eternamente perduti, dietro il deserto scintillante dei tavoloni di vetro senza su niente (una matita-feticcio) – proprio irrecuperabili, lontano, dove non arrivano campanello né telefono, dove neanche l’urlo, ce la fa, a arrivare. E c’erano gli ammiccanti, sempre in agguato, sempre pronti a rifilare a chiunque gli capitasse a tiro la loro complicità senza senso (eppure…). La notte… Il lavoro di notte, il mio lavoro! Gli stanzoni mezzo vuoti, le macchine da scrivere giganti, i paesaggi lunari nei portacenere stracolmi… Stanchi morti, da piombare in catalessi, non fosse stato per quell’ombra di sospetto – uno per l’altro e tutti per uno – che ci tremava nella coda dell’occhio, per tutto quel sesso parlato (“Io le…” declinavamo “Lei mi…” “Noi ci…”)… E loro a sorvegliarci, i mutanti, sotto l’elettrica, o noi a spiare loro. Figure in uno specchio, diventavano. Proprio, ciò che di noi noi potevamo vedere, ci mostravano, verso le tre di notte, dopo il terzo pacchetto di sigarette e il quindicesimo caffè.
4.

Davvero, quali erano i mostri? Noi, ho idea, noi, i cronisti. Mai un giornale ne aveva visti uguali. Accaniti… Che fosse l’ambiente? Lugubre, l’ex collegio. C’erano inferriate, alle finestre. (Decoratissimo, il ferro: un pampino solo. Ma non scherzava). E contro i soffitti alti, cavernosi, soltanto il pallido riflesso che veniva da fantastiche vetrate scintillanti, là fuori. La dépendence tecnologica, di fronte! Un blocco di cristallo – e, dentro, le rotative, smisurate. Che si vedevano! Noi, del pensiero puro, ci si arrivava attraverso un passaggio aereo, un po’ da vertigine, vetrato. Noi della teoria, verso la pratica…

Due mondi! Tutto efficienza, là – cicalini, luci rosse (Attendere!), il ronzio… Da noi, il buio, il mezzo buio, l’odore preistorico… Le statue della virtù, nei corridoi. Laide, affamate – magre come lupi, le virtù, tra quintali superflui di panneggio (gli andava largo: altri tempi!), con certi sorrisi da vampiro, occhiaie al cielo… E giù, nell’atrio, la lapide ai caduti, fra le pietre del Grappa e l’anfora con l’acqua del Piave, con, sotto, bronzi in agonia e pingui innocenti perversi (la linguetta, vibravano!), gli orfani tentatori… E il monumento del fondatore, in cima allo scalone, severissimo – che artigliava un giornale di marmo come un collo da strozzare, e additava imperioso (via!) l’uscita, licenziando in eterno… L’ambiente, doveva essere.

Emilio Tadini

(…) > CONTINUA >

I romanzi di Tadini, tra i quali il libro del 1980 “L’Opera” – Einaudi – sono in consultazione e prestito – per i soci di Spazio Tadini – presso la sezione biblioteca dell’Associazione di via Jommelli 24. Francesco Tadini e Melina Scalise saranno felici di ospitarvi – offrendovi un rinfresco, oltre alla biblioteca e alle mostre in corso – presso le grandi sale dell’ex tipografia storica. Leggi online il blog / magazine Milano Arte Expo, realizzato dalla Casa Museo Spazio Tadini e dai suoi collaboratori.

 

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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