Lucio Fontana, mostra a Palazzo Reale di Milano, 1979 e donazione Teresita Fontana

mostra Palazzo Reale

mostra Palazzo Reale 1979 – Lucio Fontana – testo di Guido Ballo dai Quaderni di Studio Marconi

Mostre a Milano, Palazzo Reale: Lucio Fontana nel 1979 e la Donazione Teresita Fontana. Testo di Guido Ballo – In questi 10 anni, dalla sua morte nell’autunno del 1968, a Milano c’è stato un vuoto: la presenza di Lucio Fontana era stimolante, viva, soprattutto verso i giovani e le nuove ricerche. Chi non lo ha conosciuto – o non ha frequentato il suo studio, dopo il ritorno a Milano dall’Argentina nel dopoguerra, al Sempione o in corso Monforte – non può immaginare la generosità, la freschezza, l’apertura verso il nuovo di questo artista geniale nella sua “impeccabilità di uomo-civile” contro ogni residuo di atteggiamenti scapigliati, aveva un candore, una gentilezza d’animo, uno stupore poetico che personalmente non ho trovato – a tal punto – in nessun altro artista.

Lucio Fontana

Lucio Fontana – Studio per “Apparizione del Sacro Cuore a Santa Margherita Alacocque, 1955 – courtesy Fondazione Marconi

Era volto verso l’avvenire, il futuro, il nuovo, il concettuale, ma in realtà era ancora un uomo antico, che basava l’arte anche sulla prestigiosa abilità della mano: ed è proprio questo che gli permetteva di esprimersi con tanta libertà e sicurezza. Questa sua libertà poggiava su una continua lotta o dialogo con la materia, sul dominio assoluto dei mezzi espressivi.

Può andare oltre la superficie, con buchi, tagli, ma esalta infine la superficie, il silenzio, lo stupore del mistero; crea ambienti spaziali aerei, con luci viola di Wood, come nel 1949, ambienti in cui l’interno e l’esterno, l’inconscio e la mente si confondono, o con luci al neon come alla Triennale di Milano a “Italia 61”, oppure ambienti scuri, suggestivi, come a Foligno, ma ritorna alla tela, dalla superficie di rame, la spacca, la perfora, da scultore oltre che da pittore, ritorna alla scultura primaria delle Nature, che sanno di terra nella massa, nel gesto, ma sono anche astrali. Si volge verso l’infinito, ma per esprimerlo oggi i piedi sulla terra, non si disperde, è sostenuto da “visionarie” intuizioni, da un istinto che gli fa sentire il vitalismo, e quindi il gesto, la gioia di vivere, anche con improvvise malinconie (l’ho visto, in certi attimi), ma pronto poi al sorriso, all’ironia, alla violenza verbale anche contro l’arroganza dei mediocri che invadono il campo dell’arte: è attratto sempre dal “concettuale”, chiama infatti tutte le sue opere “concetti spaziali” (“né pittura né scultura: forme colore suono attraverso gli spazi”), ma non abbandona mai la concretezza tattile, pittorica, plastica.

Lucio Fontana ha precorso i tempi: il suo primo ambiente alla galleria del Naviglio nel 1949 precede, per l’effetto di luce liquida, suggestiva, come dentro una grande ceramica, tanti altri ambienti venuti dopo in vari paesi del mondo. Non ha preso mai scorciatoie: arriva alla sintesi assoluta, al taglio, alla perforazione, ma da una lunga esperienza plastica, fin dai tempi di Wildt, a Brera (quando l’anziano scultore gli dava un pezzo di marmo e gli diceva di modellare un uovo), allo sviluppo del tocco aereo, carico di colore, di luce, di emozione.

Con il “Manifesto bianco“, e la sua prima arte gestuale precede tanta “action painting”, ma da una concezione spaziale tutta sua. Le lettere al padre, anche lui scultore, che lo esortava dall’Argentina a non perdersi e a rientrare nella tradizione, mostrano fin da giovane la sua fede nella ricerca del nuovo, la sua tenacia, la sua volontà chiara di seguire una via verso altri orizzonti.

A me, personalmente, è rimasto quasi un rimorso, quando sentii della improvvisa sua morte: eravamo molto amici, frequentavamo il suo studio (specialmente dopo la presentazione della sala antologica alla Biennale di Venezia del 1958) e gli avevo promesso di scrivere una grande monografia impegnativa, un po’ come quella di Boccioni, lui era contento, sorrideva, mi sollecitava anche, ma io non ho trovato ancora l’editore disposto a spendere tanti soldi per una impresa editoriale che in quel tempo appariva rischiosa.

Lucio Fontana

Lucio Fontana – Concetto spaziale. Teatrino, 1964-1966 – courtesy Fondazione Marconi

Perché Lucio Fontana, amato da tutti i giovani volti al nuovo, da lui sempre incoraggiati e sostenuti anche con denaro, e da alcuni collezionisti, soltanto negli ultimi due o tre anni della sua vita ebbe il successo clamoroso: prima era ammirato, ma da chi sapeva vederne l’autentica originalità: da pochi, in sostanza, come avviene a tutti i veri artisti che non amano il compromesso.

(…) Oggi ritorna ancora al Palazzo Reale di Milano, in una mostra che è costituita dal ricco nucleo della “Donazione Teresita Fontana”, integrato da un gruppo di opere della collezione Boschi (legata al Comune di Milano nel 1974) e da altre opere già acquistate dal museo. Presentata come “proposta di sistemazione museografica”, la prima, nella e per la futura sede del museo d’arte contemporanea cittadino, che, come è noto, sarà nello stesso Palazzo Reale ristrutturato, si attua in un allestimento affidato a Mercedes Precerutti-Garberi, direttrice delle Civiche Raccolte D’Arte di Milano, con la collaborazione di Gabriella Drudi, Zeno Birolli, Antonello Negri, Anna Sansuini ed Elio Santarella: tale allestimento risulta senza dubbio agile, accorto nelle sequenze, in funzione tra l’altro dell’attualità dell’arte di Lucio Fontana.

Ma poiché la proposta museografica intende offrire in sintesi “una visione la più possibile completa dell’attività creativa dell’artista” (ci sono anche alcune opere in prestito momentaneo), è bene rilevare, soprattutto per la definitiva sistemazione delle opere di Lucio Fontana quando ci sarà il museo, che qualche ritocco e una migliore messa a fuoco della scelta delle opere si rivela opportuna. Del primo periodo astratto, attorno al 1932-1934, manca qualsiasi testimonianza: non sarà difficile fare qualche cambio di opere con tagli, che sovrabbondano (specialmente tra quelli che ancora non avevano la garza nera dietro e fanno quindi vedere il muro, cioè tra i primi tagli, che pure sono importanti) con alcune opere del primo astrattismo e con altre di cui c’è qui carenza.

Non sposterei, ovviamente, le opere figurative, modellate, come le sculture, della 1929-1930, o affidate al tocco, mobile, aereo di luce e colore, nelle ceramiche dei vari periodi, e lascerei in evidenza i vivissimi disegni per la Porta del Duomo (ma assieme a qualche studio plastico). I primi “concetti spaziali” sono rappresentati bene in questa mostra antologica, e così quelli a tecnica mista o con vetri sulle superfici; anche il periodo dei collage su tela danno una idea chiara di questo momento di Lucio Fontana. Ma mentre la serie dei Concetti spaziali-nature, tagliate (e in questa mostra poste a una parete con effetto suggestivo) va benissimo, non bastano le due piccole Nature, in terracotta scura, per dare una idea dell’effetto primordiale a cui mirava l’artista: già alla mostra di Palazzo Reale di Milano nel 1972 non condividevo affatto la costruzione della sala con le Nature, operata dall’architetto Luciano Baldessari (a cui era affidato tutto l’allestimento, che presentava però molti pregi, dalle ricostruzioni ambientali – tranne quella del 1949, che risultò discutibile, e non certo per colpa sua – alla sala dei rami tagliati, a tutto l’andamento di ampio respiro: non condividevo la sala delle Nature, perché Lucio Fontana considerava queste opere come primarie, da mettere così, per terra, senza effetti di sovrastrutture, in una stanza nuda: sarebbe opportuno che la serie di Nature, più grandi e massicce, diventasse almeno di cinque, se non sette, poste al centro di un salone (senza moquette, ma sul pavimento questa volta terroso, o sabbioso o anche in polvere di ferro).

Occorre “almeno” uno dei Concetti Spaziali in rame; la serie delle Fine di Dio è rappresentata da una sola opera, altre due darebbero una idea più chiara di quest’altro momento; invece per la serie dei cosiddetti Teatrini, uno solo, che qui è ottimo, forse può bastare. Gli ambienti spaziali, necessari per la comprensione dell’arte di Lucio Fontana, potrebbero essere visti in macro-fotografie in una sala didattica; ma non dovrebbe essere difficile recuperare quello della Triennale di Milano, che nella mostra del 1972 era posto in alto nel grande salone d’ingresso, e anche quello, bellissimo, di “Italia 61” e l’altro scuro di Foligno. Sono già di proprietà del Comune di Milano.

Intendiamoci, la mostra – e quindi la donazione Teresita Fontana – integrata delle opere della collezione Boschi e del museo – così come si presenta è già buona e più che generosa: questi miei suggerimenti – che mirano a qualche accorto cambio di opere e a una più coerente messa a fuoco di certi periodi – guardano alla sistemazione definitiva del museo: perché Lucio Fontana sia visto in modo perfetto. Anche se la perfezione oggi è troppo spesso un mito, proprio l’opera di questo grande artista rivela, nella sua varietà ed estrosa inventiva fantastica, una perfezione che diventa assoluta.

Il suggerimento non è dunque appunto negativo, ma volontà di far meglio, di collaborazione viva: che sarebbe stata certamente apprezzata dal mio indimenticabile amico Lucio Fontana.

Guido Ballo

su Lucio Fontana

e la mostra a Palazzo Reale di Milano

dal quaderno numero 8/9 del 1 febbraio 1979 di Studio Marconi.

Lucio Fontana

Lucio Fontana – Concetto spaziale. Trinità, 1966, idropittura su tela, bianco e legno laccato bianco, trittico – courtesy Fondazione Marconi

Studio Marconi, celebre galleria d’arte fondata nel 1965 dal gallerista Giorgio Marconi, è oggi – sempre in via Tadino 15 a Milano – Fondazione Marconi. Ringraziando Giorgio Marconi per la possibilità datami di utilizzare questi testi di indubbio interesse e valore storico, ricordo che questa pubblicazione – facente parte dell’archivio Emilio Tadini in via Jommelli 24 – è in consultazione presso la biblioteca delle sale dell’associazione culturale e casa museo Spazio Tadini, luogo di mostre, spettacoli, concerti e presentazioni editoriali, diretto e fondato da Melina Scalise e Francesco Tadini.

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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