Milano, mostra e inaugurazione con delitto: fotografia, intervista e il direttore del giornale nel romanzo di Tadini

Milano

Milano – foto di Francesco Tadini

Milano, mostra e inaugurazione con delitto: fotografia, intervista e il personaggio del direttore del giornale nel romanzo di Tadini L’Opera (> Leggi anche le altre parti del libro pubblicato nel 1980 da Einaudi). Capitolo 15 – Questa era la busta con il suo nome, una delle più nuove. Queste le sue fotografie, le fotografie fatte per l’intervista. Questo sono io, con lui, nello studio. Questo era lui. Primo piano… Ma com’erano, bianchi, i suoi capelli? Questa è un’opera – i segni di matita sul muro – quadrati inclinati, la matita disegnata… Questa è la pagina con la mia intervista. Queste le risposte alle mie domande. Potevo ricordare quali erano proprio parole sue, e altre, che non avevo riportato, e dove io avevo cambiato.

“Dottore!” Un filo di voce… “Dottore!”

La vecchia bambina. Maltrattatuccia ma neanche tanto – solo qualche graffito sulla cipria. Appoggiata, di spalla, allo stipite.

“Dottore! Il direttore! La vuole!”

Il grembiulino bene abbottonato…

16.

Piazza del Duomo Milano

Piazza del Duomo Milano – foto Francesco Tadini – archivio Spazio Tadini

“C’è colore… Ci siamo! C’è tutto. Poi tu l’avevi intervistato. L’artista ucciso, venuto a Milano… Milanese di adozione, mi raccomando! Fammelo bene! Lo puoi fare! Donne, pare, no? No? Non so… Insomma, ne vale la pena. Facciamoci su qualcosa di grosso. Fai tu. Le foto sono splendide, tra l’altro”.

Le avevo in testa, le fotografie. Sistema Polaroid perfezionato, fra le tempie. Senza macchina né pellicola! Incorporato! E immagini stabili, stabilissime!

“Ti ho chiesto se hai già qualche idea. Però, intesi, non buttarti sulla cultura, mi raccomando. E non venire a farmi il sociologo, soprattutto. Noi siamo un giornale popolare, fino a prova contraria. E finché questo giornale lo dirigo io… Lo so che c’è gente in giro che… Cosa dicono? Che cosa si dice, in giro? Giù, in cronaca, cosa dicono? Tutti gli rotola tutti, che non ci sperino. Cantaglielo. Io non mi levo dalle balle. Vengo dalla gavetta, io, non sono un gentiluomo. E per adesso si dà il caso che il direttore sono ancora io. E si fa un giornale come voglio io, con i fatti. La cronaca, la voglio potenziare. Guarda… Glielo ficco nel culo, ai professorini, ai sociologi… Altro che il perché e il percome! Fatti, voglio, fatti!”

Faceva, con le mani che gli tremavano, il gesto di delimitare un quadrato sulla scrivania. I fatti erano quadrati. Il resto, sinusoidi nell’aria, cose fluide.

I fatti, i fatti! Non parlava d’altro. E intanto il giornale si riempiva di oroscopi. Non solo l’oroscopo del mese, della settimana, del giorno. Oroscopi per la mezza giornata! Dalle 11 a mezzogiorno! E la stella, la pietra, l’animale, i giorni buoni e no, lavoro, amore… (Dai un colpo, rotativa!) Già convertiti, i laici, alla loro segno. Picnic in riva al buio! (Fangosa marea…) Le indicazioni? Demoni, cani senza la testa, stati ansiosi… Tempista, il direttore. Troppa tensione – no? – Con tutti quei lumi in giro. Troppa luce! Non c’è la crisi? La mano di bitume, allora, l’abat-jour. E i maghi a Porta Venezia, a carrettate, i maghi al telegiornale… (Gli ex rivoluzionari, se li porta all’Acquario, la dialettica). Miracoli, a Milano!

“Il pubblico li vuole, e questo è un fatto. Sono loro che fanno il giornale. Si sentono soli? E noi gli teniamo compagnia. Per mano, li prendiamo! Gli diamo tutto: paura e odio, sicurezza… Tutto! Che cosa vogliono di più! E io non andrei più bene, per i professorini, per i Superman…”

E intanto, con il suo bel corno rosso, di corallo, enorme, lui ci minacciava i suoi nemici: “glielo ficco nel culo!”… Se lo agitava davanti, come un fioretto, per difendersi. Non stavano arrivando, le ombre delle sue vittime, da province sepolte, da mezzi giornali? Non venivano, adesso, nel suo ufficio, lì, al terzo piano, a perseguitarlo. Domanda lo conoscevano bene, il suo indirizzo…

“Fatti! Ma hai visto le foto del tuo artista? Quelli sono fatti! Fra cinquant’anni sono le stesse. Prova a leggere certi pezzi a distanza di sei mesi. Ti chiedi: ma com’era possibile? Guarda che foto! Non commentano, non fanno l’analisi, non fanno il gioco delle tre tavolette. Solo che ti prendono allo stomaco e ti lasciano secco. Facciamo la stessa cosa con le parole! Diamoci da fare! Su, non perdere tempo! Vai, vai!”

17.

Mi fiatava sugli occhiali. Non la vedevo più niente. E lui mi aveva spinto, le mani sulle spalle, mi aveva manovrato verso la porta. Mi stavo pulendo le lenti, fuori, nel corridoio, e l’avevo sentito di nuovo. Borbottava, parlava da solo. Vacillava proprio, il suo posto. Era successo all’improvviso, da un giorno all’altro. Prima le frasi a metà, le mezze parole. Adesso nottate in bianco, incandescenti. Un trono, vacillava. Vibrava il corno: “glielo ficco…” Hai voglia! Trame e congiure, ormai, la notte, nei corridoi, negli uffici.

“Che cosa ti ha detto? Chi ha proposto qualcosa? Hai parlato solo del servizio sull’artista? Non ha detto niente di me? Ha telefonato a Roma? Non ha chiamato Roma con il telefono privato?”

Redattori confabulavano. Praticanti indirizzavano le orecchie, esitanti e impauriti, vogliosi, all’angolo dei tavoloni sterminati.

Uno a uno, lo stavano mollando. La proprietà taceva, avvolta in una nebbia di segni contraddittori. Che cosa gli restava? La cronaca – in parte – lo sport… Esteri e interni, addio. La terza, poi… Le marche di confine, sgretolate – la redazione romana, i corrispondenti…

Davanti al suo ufficio stazionava ormai giorno e notte la sua Guardia – orsi, sculture lignee, cose sordomute… – sempre pronti a portare messaggi. Chiamato, il messaggero entrava, poi usciva, sovreccitato, la mano premuta sulla tasca – e via, con colpi tremendi di suola sul pavimento. Martellavano, giù per le scale…

Il direttore, dentro, monologava infuriato. Faceva le varie parti, cambiava la voce. Telegrammi in tutte le direzioni. Risposte che non venivano. A voce altissima: “Onorevole!” Tutti, dovevano sentire! Lanciava sfide, giurava sull’ultimo sangue. Poi, più piano, piagnucolando, invocando, quasi: “un fatto! Un fatto grosso! La tiratura! E poi voglio vederli!”

Nel mio morto, sperava?

A Bologna, dicevano, l’usurpatore aspettava fiducioso, in armi. Con Roma intera alle spalle. Bene informato di ciò che avveniva nel campo nemico.

18.

La sola idea di quel servizio, comunque… Intanto, la firma. Due, tre pezzi. A meno che sul più bello non mi cambiassero sotto il direttore. E poi… Oddio, a lui non poteva più servirgli, conciato com’era, lui e i suoi quadri… Ma insomma… Mi sembrava… Almeno parlarne, parlarne in un certo modo… No, d’accordo.

Strano però che avesse cambiato così all’improvviso modo di lavorare. E proprio mentre aveva la mostra. Cioè, mentre stava preparandola. Per quel che ne ricordavo, mi sarebbe piaciuto, averlo, uno di quei quadri. Ma che cosa ricordavo, poi? I colori, della scoperta… E poi? Com’erano, le figure? Se c’erano veramente, poi, figure…

Non era stata l’ideale, quella, come inaugurazione. Quella nel suo studio, dico… Avevo provato a rimettere insieme i lembi di tela squarciata. Pendevano… C’erano, i titoli? Sui quadri voltati, appoggiati al muro, c’erano scritti, i titoli?

I fatti! Solo di certi fatti, diciamo, mi ricordavo, non di tutti. Lui, quella specie di corpo, si spostava in fotogrammi. Bastava aprire e chiudere gli occhi, muovere appena la testa… Che disastro, in quella stanza! Bombardata! Ma non era ancora pronto, forse, per l’archivio. Tutto quanto, voglio dire. Compreso, è chiaro, quello che non ricordavo, quello che non sapevo. Ma che servizio!

19.

Scattava, muscoloso, da uno scaffale all’altro. Nero, il barbuto. Magra, la borsa indiana gli pendeva oscillando dalla spalla. Si attaccava alle scansie più alte con una mano sola. Andava su, l’uomo ragno.

“Altro che deposito dei corpi di reato! La giungla, con i suoi tropici regolamentari! Sa che qui sotto passano i tubi del riscaldamento di tutto l’universo? Qui! Un inferno, quando funziona. Trenta gradi! Cinquanta! Con tutto questo cumulo di roba… Un inferno apposta per le cose. Giù a scontare i loro peccati, le cose. Giù, a bollire, il minestrone! Con io che cerco di metterle in ordine, e i topi come diavoli. È un anno che sono qui, e ancora… I primi tempi ho cercato di sistemare, di organizzare. Sa, insegnavo, prima. Niente! Mi sbattono qui roba a vagonate. Si accumula tutto, va tutto insieme. Ma li troviamo. Quadri, proprio quadri – no? – Tele… Forse sono là in fondo”.

Qui, erano finiti. Con il loro bravo cartellino. Opera di… Museo! L’artista e l’ente pubblico! In mezzo a quella specie di mercato, erano finiti. Certo, era inesplicabile, l’insieme. Corpi di reato. Uno si aspettava coltelli, non so, camicie da notte insanguinate, assegni in dollari… Macché! Astucci, mercerie, valigie vuote… E gli elettrodomestici! Un’Antartide! E paccottiglia, e relitti pieni di vergogna… Una paesaggio, a perdita d’occhio. Sembrava (l’Infinito!) Gli oggetti smarriti dal mondo, dall’epoca. Da farci l’asta! “Gruppo di quadri con lacerazioni. Ma potete ritagliarci qualche particolare decente. Chi offre?” Con ladri e ruffiani in pessimo stato (Piccolo Teatro) che avrebbero alzato spettacolose maniche a brandelli – gli assassini con le forbici ben strette…

Mi aveva chiamato. “Vieni!” Mi dava del tu, l’impiegato. “Eccoli qui, i tuoi capolavori. Guardateli con comodo…” Si era seduto per terra. Leggeva un libro. Lo aveva tirato fuori dalla borsa. Prendeva nota a matita sui margini, sottolineava quasi tutto. Senza alzare la testa, mi parlava: “Come sono? Io, di pittura, non ci capisco niente. Filosofia, insegnavo”.

Com’erano? La luce non era gran che, non molto adatta, direi, in quel sotterraneo… Com’erano, insomma? Sembrava che ci fosse molto più nero. Sembravano molto più scuri, meno colori. E le figure? Le cose? Molto leggera, tenute ai margini, come se stessero cancellandosi. O come se fossero proprio messe da parte, proprio trascurate – ma non del tutto… Niente, in un angolo del quadro, appena accennate… Un disegno elementare, come distratto, svagato. Con certe rozzezze…

Così, non me li ricordavo. Come diavolo li avevo guardati, quei quadri? Con che occhi? Con che occhiali? Certo, il contesto, come si dice, conta. Ma quelle parti di tela scoperta, quelle erano come me le ricordavo. Molto chiare, come se ci battesse sopra la luce. E non erano macchie. Insomma, non irregolari.

C’era, un titolo, dietro. Sempre lo stesso, su tutti i quadri: “Lezione di pittura “. Io avevo preso questi punti: “Lezioni come? Mentre dipingeva, lui era l’insegnante, o l’allievo? Vi insegno a dipingere, o: sto imparando? Sviluppare”.

(…)

CONTINUA > (a breve la pubblicazione dei prossimi capitoli)

I romanzi scritti da Tadini, tra i quali  “L’Opera” –del 1980 (ed. Einaudi) – sono a disposizione in consultazione e prestito – per i soci di Spazio Tadini – nella biblioteca dell’Associazione di via Jommelli 24. Sono lieti, Francesco Tadini e Melina Scalise, di ospitarvi – offrendovi un rinfresco,oltre alla biblioteca e alle mostre in corso – presso le sale della tipografia storica ed ex atelier del pittore Tadini. Leggi online anche la blogzine Milano Arte Expo, pubblicata dalla Casa Museo Spazio Tadini (vedi anche il portale web Storie Milanesi) e dai suoi collaboratori.

Per contatti di Francesco Tadini (mail e telefono): francescotadini61@gmail.com , mob. +39.3662632523

Spazio Tadini

Spazio Tadini – festa delle Anime Nascoste 2016, rete di spazi culturali a Milano fondata da Alberto Oliva – foto di Francesco Tadini

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *