Mostra a Milano – il giorno dell’inaugurazione: l’artista scomparso, il critico d’arte, l’archivio del giornale

mostre Milano 2016

Milano – fotografia di Francesco Tadini

Mostra a Milano, l’inaugurazione: l’artista scomparso, il critico d’arte, l’archivio del giornale. Da L’Opera del pittore e scrittore Emilio Tadini... (> Leggi anche gli altri capitoli del romanzo di Tadini, ed. Einaudi, 1980). Capitolo 10 – (…) “Ma dov’è il nostro artista?”

“Il nostro artista è uno stronzo! Non c’è, non è venuto. No, ma scusa, davvero! Hai visto che razza di mostra gli ho fatto. Un muro, gli ho tirato su – tre giorni di muratore, va a vedere. Gli invito due direttori di musei a mie spese. E mangiano, e corrono qui con il conto in mano come saette… E lui non viene all’inaugurazione. Ma ti pare possibile?”

“Strano. Non ha l’aria di quello che fa il divo”.

“Il divo? Lo faccio tornare nel Gulag, brutto pirla! Gli piombo il vagone, al polacco, lo rispedisco tra i ghiacci! Coabitazione! Vai, vai a fare l’avanguardia in fabbrica…”

“Calmati. Forse…”

“Io? Ma figurati! Faccio solo i conti. Se vuole che faccia i conti, li faccio, sai. Hai idea che cosa costa, al mese, questa baracca? Lo sai? Vende, d’accordo. Oddio, guarda che il filone non è così ricco come sembra… Comunque in Germania è l’unico di qui che vende bene. Finché va il genere. Comunque, d’accordo. Ma bisogna darsi un tal da fare, caro mio… Non si può perdere le occasioni. Scusa, c’è il tedesco. Devo tenerlo un po’ su. Fammi un favore, prova a telefonargli tu”.

Suonava libero, ma niente. Ancora. Ancora.

“L’hai trovato? Cristo! Senti, per dopo… Ho prenotato per quindici. Tu ci sei, naturalmente. Ma qui si fermano cento persone… Non voglio sfamare tutti i barboni di Milano. Ti do l’indirizzo, ci vediamo lì. Non sai il tedesco, vero? Se no ti ci metto vicino, al tavolo. Serve anche a te. Magari gli fai un’intervistina.”

Duomo di Milano

Duomo di Milano – foto Francesco Tadini

11.

Meno gente, adesso. Macchie sul pavimento… Mi ero messo a girare per la galleria con la presentazione in mano. Molto attento. Mi piacciono, le inaugurazioni. E leggo, unico al mondo, tutto: presentazione, biografie…

In una sala, lungo la parete, era stata costruita un’altra parete, identica.

“Sono vari i livelli di lettura di “Tautologia”. Primo: lo spazio della galleria, in questo modo, è simbolicamente contraddetto, sovvertito, alterato. L’opera, cioè, modifica l’ambiente, in senso letterale e senza quasi apparire. In un gioco di parole, di immagini, ciò che contiene diventa il contenuto. Secondo: davanti ai nostri occhi, è proprio una tautologia – paradossalmente – a far sì che qui prenda corpo una differenza: la differenza: il confine impercettibile tra oggetto e segno: quel vuoto, in mezzo, che sta a dividere – ma nel quale oggetto e segno sembrano voler precipitare. Terzo: la parete originaria, nascosta, è inglobata a forza nell’opera. Anzi, ne è il cuore stesso. In un gioco elementare e raffinato, l’opera, dunque, nomina la cosa che essa occulta nell’atto stesso di ripeterla. Il significato giace letteralmente nascosto dietro il segno che lo significa. E i due piani non si toccano. È, questa, una metafora dell’arte? È, oserei dire, una metafora della stessa pratica linguistica”.

Tre fotografie. “Coppia”. Le prime due mostravano la stessa macchina fotografica vista di fronte – la terza mostrava di profilo due macchine fotografiche, uguali, che si fotografavano.

“Il fotografare – la rappresentazione – è come una scintilla che scocca fra i poli dei due oggetti uguali, delle due macchine. Quale macchina compie in realtà l’atto del rappresentare, se entrambe sono rappresentate dalla macchina che non appare e che è la sola ad aver agito, ad aver prodotto una immagine? Ma non è, quella della macchina che non vediamo, la presenza più evidente?”

Un filo di cotone, appeso al soffitto, si agitava contro una parete mosso da un ventilatore che cambiava velocità e direzione. Titolo: “Repertorio”.

“Un segno effimero traccia ed accumula senza posa sulla parete quello che con un’iperbole potremmo definire l’intero magazzino del segno. Forme appaiono e scompaiono, affidandosi alla nostra memoria – alla nostra dimenticanza. E se è vero che non è possibile essere sicuri di aver visto una qualsiasi forma, è altrettanto vero che non si riesce ad escludere di poterle vedere tutte. E l’artista non è più colui che chiude e conclude una forma. È chi, soltanto, indica una possibilità, un campo d’azione. Chi, in sostanza, produce teoria. Ma forse qui la rinuncia non porta al silenzio, ma al suo contrario: alla “forma bianca” della totalità senza determinazioni e nella quale ogni determinazione è racchiusa e sepolta. A questo allude il povero contorcersi di una funicella mutata in segno dal vento – dal ventilatore…”

“Non mi dica che fa il giro della mostra leggendo la mia presentazione. Diventerò pazzo d’orgoglio…”

“No, perché, professore? È molto bella – anche se non capisco tutto…”

“Certo, è un testo a cui ho lavorato abbastanza… Allora, le piace, la mostra?”

“A me? Oh, io sono soltanto un cronista, e ci vedo anche poco”.

“Andiamo, non dica sciocchezze! Gli ha fatto un’intervista bellissima. E ha capito il suo lavoro. E lo ha fatto capire ai suoi lettori”.

“Comunque, lei lo sa, non vado matto per questo genere di cose. Però bisogna dire che lui è proprio simpatico”.

“È vero. Anche se stasera… Non doveva farlo, siamo giusti. Il suo mercante è furibondo”.

Il tavolone vuoto. Gli irriducibili, in disperata attesa dell’invito a cena. Le briciole.

Piazza San Babila

Piazza San Babila, Milano – foto Francesco Tadini, fondatore di Spazio Tadini

12.

L’infelice artista giaceva riverso in una pozza di sangue nel suo grande studio. Tutto rattrappito…

Sembrava più giovane, ma molto. Le spalle, il gesto, voglio dire, come teneva, come erano messe le spalle…

Lo spettacolo che si era offerto agli occhi della portinaia e del vigile urbano era orribile. Sangue era schizzato tutto intorno nella stanza. L’assassino ha dato prova di incredibile ferocia, sia infierendo sul cadavere sino a renderlo irriconoscibile, sia sfregiando, forse in preda a un raptus, i quadri appesi alle pareti, o appoggiati alle stesse. Giunto in Italia…

La faccia, partita, completamente, i capelli…

“Cos’era, biondo? Lo conoscevi, no? Non l’avevi intervistato un mese fa?”

“Sì, lo conoscevo”.

“Sai se era un culo? Attento a dove metti i piedi…”

In una macabra messa in scena, l’assassino aveva poi spezzato gli arnesi di lavoro dell’artista, e aveva svuotato sul tavolo i vasi di colore.

Un mucchio di colori dappertutto, mescolati, a macchie, a vortici…

Il nostro giornale aveva recentemente pubblicato un’intervista con l’artista polacco, e quest’ultimo aveva tra l’altro confidato al vostro cronista di avere l’intenzione di trattenersi ancora a lungo nel nostro paese, di cui ammirava quella che a suo dire poteva definirsi come una fantasiosa capacità di vivere giorno per giorno.

Fotografare? Forse i quadri… Già, la macabra messa in scena. Il corpo no, era troppo andato. Avevo messo la mano davanti all’obiettivo.

“Ma cosa cazzo fai? Sei matto? Dio, sempre portarsi dietro il colore!”

Apparteneva alla corrente concettuale, una corrente d’avanguardia che, come si sa, abbandonati i mezzi della pittura tradizionale…

Santo cielo, i quadri! Certo, i quadri! Massacrati anche loro, con tagli slabbrati da un lato all’altro… Ma quadri, proprio: tele dipinte! A riaccostare i lembi, colori piuttosto forti, con del nero, e parti di tela scoperta, e figure, per quanto si poteva vedere in quel disastro, persino figure dipinte – o disegnate? Cose…

13.

Stava nel suo ufficietto dell’archivio, la “vecchia bambina”. Minuta, infantile (sessant’anni!), velata di ciprie trogloditiche… In grembiulino nero si faceva, a turno, tutti, ma tutti, i mostri del palazzo.

La fila, fuori, certe notti. Aspettavano, seri, senza imbarazzo, molto intenti. E sospironi, dal vetro smerigliato, grugniti macchinosi, in crescendo… Tutte le micce accese… E poi: che urli! Tonfi – piatti e grancassa! Vita nuova! Non tremava, il palazzo, dalle cantine, dalle fondamenta? Giuro! Non scrosciavano, insieme, tutti i cessi? Gloria, sì, gloria, da allargare il cuore! Per un momento il castello di Dracula ne risuonava tutto… Ne rimbombavano le stanze… Sorridevano un attimo, su, al secondo piano, i giovani cronisti dai lunghi capelli, addormentati, la testa sul tavolo, il mozzicone ancora acceso esaltante miasmi sul linoleum – sorridevano, sempre a metà del loro bravo incubo…

Fenomenale! Che colonna sonora! E figurarsi il video! Non doveva aver bisogno di fantasticare, la vecchia bambina, per escogitare posizione, con quelle spine dorsali, quelle braccia, quelle gambe svergolate: con un materiale umano – fulminato! – Di quel genere… Sfido che ci si attaccava tutta, la veneranda, alle sue prede!

Sussurri, si sentivano, dopo lo scoppio e l’eruzione, paroline all’orecchio… Uscivano, spettinati, che facevano ancora segno di sì con la testa. Agitati da brividi, i giganti, tremavano, sull’orlo della crisi… Il prossimo!

EMILIO TADINI

EMILIO TADINI

14.

Notti intere, ci passavo, in archivio. Una volta superato, all’entrata, l’ufficietto, con dentro il quadrupede indaffarato… Ma era niente, bastava passare senza guardare. Insomma, io, almeno, non guardavo, cuore tenero. Ma ho idea che anche i più porci, se guardavano… Non so. Comunque, tornavano dall’archivio un po’ stravolti. È che dovevano aver trovato pane per i loro denti dondolanti – loro, con le loro quattro storielle sporche e tutte le balle di scopate inverosimili. E che pane! A labbra in dentro, tornavano, umiliati, rimpiccioliti… Io, certo, non guardavo. Attraversato il corridoio tra spifferoni di sospiri, senza voltarmi, entravo, mi chiudevo la porta alle spalle.

C’era tutto, in archivio, nell’imbuto. Il gran romanzo, volevo fare, la grande descrizione. Un anno, o un mese, almeno… Un intero minuto? Dall’archivio, a rovescio… Farlo muovere… Ma la stanchezza, mi prendeva, del viaggiatore, il sogno dell’archeologo. Pompei! Che scavi! A toccarle, le buste si sfasciavano. Fragile sotto polvere, sfarfallava la carta. E le fotografie! Fermati – carta e un po’ di luce – come quegli altri dalla lava. Quando, quel lampo? Quanti anni fa? (Di luce). Diecimila?

Vere e proprie spedizioni – di quelle che si perdono – nel fondo dell’archivio, certe notti. “Se mi cercano sono giù”. Il famoso romanzo… Una vita, per leggerlo. Un giorno di realtà – un giorno di lettura. Di scritto, neanche una riga. Parlavo da solo. “Vediamo ora laggiù…” A nord, a sud… C’era, tutto. Bastava togliere il superfluo. Tutto. Anche occhi – occhiali – da museo, specchiati dalla vetrina.

(…)

CONTINUA > (a breve la pubblicazione dei prossimi capitoli)

I libri scritti da Tadini, tra i quali il romanzo (Einaudi) “L’Opera” –del 1980 – sono a disposizione in consultazione e prestito – per i soci di Spazio Tadini – nella biblioteca dell’Associazione di via Jommelli 24. Sono lieti, Francesco Tadini e Melina Scalise, di ospitarvi – offrendovi un rinfresco, oltre alla biblioteca e alle mostre in corso – presso le sale della tipografia storica ed ex atelier del pittore Tadini. Leggi online anche la blogzine Milano Arte Expo, pubblicata dalla Casa Museo Spazio Tadini (vedi anche il portale web Storie Milanesi) e dai suoi collaboratori.

Per contatti, mail e telefono di Francesco Tadini: francescotadini61@gmail.com , mob. +39.3662632523

Spazio Tadini

Spazio Tadini – festa delle Anime Nascoste 2016, rete di spazi culturali a Milano fondata da Alberto Oliva – foto di Francesco Tadini

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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