Mostra Reggio Emilia e testo di Sandro Parmiggiani: Tadini alla galleria Galaverni

mostre Reggio Emilia

Tadini, mostra a Reggio Emilia – testo critico di Sandro Parmiggiani per il catalogo della Galleria Saletta Galaverni

Mostra Reggio Emilia di Tadini con testo in catalogo di Sandro Parmiggiani – galleria Saletta Galaverni. Dal 18 marzo al 29 aprile 1995 realizzata in collaborazione con lo Studio Marconi di Milano. Il testo di Parmiggiani per l’esposizione a Reggio Emilia si intitola “Vedere attraverso la pittura, in forma di poesia”.

Tadini

Tadini mostra Reggio Emilia – catalogo con testo di Sandro Parmiggiani

Nella tarda, qui ancora calda e torpida, estate del 1963, attraversai – assieme ad un migliaio di giovani europei che si recavano negli Stati Uniti per trascorrervi un anno di studio – l’oceano Atlantico, da Rotterdam a New York, su una vecchia nave, lenta e cigolante, dal nome pomposo, ironico retaggio di un’antica gloria di cui si era persa ogni traccia, de I sette mari. Altrettanti furono i giorni di quella traversata, subito accompagnata dal sole, e da un vento gelido che sferzava e feriva il viso e le mani. Rivedo i ponti della nave brulicanti di gruppi di giovani in maglione, berretti e foulard che, con una rumorosa felicità, si affacciavano ai parapetti, parlavano, giocavano. Timido e solitario, mi tenevo spesso ai margini di quel frenetico andirivieni e salivo sul ponte più alto, dal quale si dominava la terra che lentamente si sottraeva alla vista e, di fronte, la distesa infinita di acqua con qualche rara nave all’orizzonte, che entrava e usciva da stracci di nuvole. Passava ore a perdermi in quella serena, sgombra distanza, che contrastava con l’accumulo di corde, di legni e di ferri, con lo sciame di persone sui ponti, lungo le scale. Ma la quiete e l’idillio non durarono molto, vennero i giorni della tempesta, quando l’acqua sembra venirti addosso, il corpo perde peso, quasi vola e ti costringe a fare l’acrobata, quando la realtà intorno assume prospettive allucinate e anche l’anima vaga senza ancora. Portò con sé, la tempesta, anche il mal di mare, l’odore e la vista del vomito, la nave trasformata in un manzoniano lazzaretto, con le persone, avvolte nelle coperte, distese sui ponti a cercare ristoro all’aria fredda, scavalcate da sonnambuli che ancora si reggevano, pur in modo precario, in piedi.
Un mattino, fummo inghiottiti dalla nebbia, una nebbia gelida, assoluta, che tutto celava: la stessa nave era visibile solo per frammenti. In quei tre lunghissimi giorni, fui invaso dall’angoscia, dalla paura di essere entrato in un’avventura senza ritorno, in un mondo in cui erano banditi l’orientamento, i punti di riferimento consueti (la nave, l’acqua – che sentivo schiumare e ribollire sotto, nel buio –, il cielo, l’orizzonte). Ci muovevamo, come profughi, nell’ignoto, e il giorno era più spaventoso della notte, quando ci si abbandonava all’oblio del sonno, pur agitato da incubi. Una volta, sentimmo la sirena di una nave, vicinissima, che non potevamo vedere, che ci salutava o ci avvertiva di un pericolo imminente. Com’era giunta, altrettanto improvvisamente la nebbia svanì. Un mattino, al risveglio, eravamo entrati nel sole.
Corsi sul ponte più alto e vidi uno spettacolo indimenticabile: tutt’intorno alla nave erano apparsi maestosi iceberg – costeggiavamo le coste meridionali della Groenlandia – trascinati dalle correnti, che si specchiavano in un’acqua di un blu che non avrei più incontrato nella mia vita – se non nei dipinti di Oltremare di Emilio Tadini –, l’America, il mondo nuovo al di là del mare che stavo per toccare, mi appariva come una tangibile promessa di felicità.

Tadini

Tadini – Il ventilatore1972

(Non fu esattamente così, ma questa è un’altra storia). Cominciai allora, e poi in tante altre esperienze della vita, a rendermi dolorosamente conto – anche se è difficile saperlo mentre le si percorre – che dentro, dietro la notte, che pure può durare più di quanto ci aspettiamo, c’è il giorno, che bisogna attraversare il deserto per giungere alle terre rigogliose di erba e di piante. Non so perché, seduto sulla scrivania e dovendo parlare di Emilio Tadini, ripensando ai suoi dipinti e avendone qualcuno, vivo e parlante, sulla parete di fronte, mi sia messo a raccontare questa lontana vicenda, questo viaggio dentro e oltre l’oceano, dentro e oltre l’anima. Non credo sia senza senso il riaffiorare di quelle immagini, che forse solo Emilio potrebbe fare vedere in pittura, catturando, come sempre, l’essenza delle cose, comunicando idee, sentimenti e emozioni in forma di poesia.

Giungere allo studio di Emilio Tadini – per chi, come me, scende alla stazione della metropolitana di piazzale Loreto – significa attraversare l’inferno di via Porpora, avvelenata dal traffico, dalla sporcizia, dal rumore, talvolta da macchine abbandonate o bruciate, quotidianamente dalla vista di corpi ormai sfatti, dimentichi della bellezza di un tempo, di donne in vendita: una strada che ti fa pensare che il mondo si stia dissolvendo, che queste siano le ultime convulsioni di un tempo allo stremo, in agonia. Svoltato l’angolo di via Jommelli in cui Emilio Tadini abita, parco un portone maestoso, apro la porta metallica a piano terra e sono sul pianerottolo della scala a chiocciola che domina il suo grande studio, un lungo seminterrato che ricorda il ventre di una nave. Mi sembra di essere tornato sul ponte più alto de I sette mari: sotto di me c’è il magazzino (lo scaffale dei colori, le tele), un po’ oltre, su un lato, il piccolo tavolo su cui Emilio lavora, sommerso da strati di carte e di libri, di foglietti di appunti e di disegni, di schizzi. Dal lato opposto, un lungo tavolo addossato al muro, anch’esso sepolto sotto libri, disegni, piccoli quadri, appunti, in molteplici strati di una qualche decina di centimetri. Di fronte, vicino alla scrivania di lavoro, convivono un computer e una vecchia sedia girevole da barbiere. Poi, l’accumulo di oggetti si dirada, lo spazio si fa meno affollato; si entra nel posto della pittura: la parete di fondo, su cui ho visto nascere e svilupparsi i grandi trittici degli ultimi anni, e le pareti laterali, con le carte, non ancora del tutto dipinte, fissate con le puntine da disegno su tavole di legno.

In questo laboratorio magico Emilio Tadini dipinge, scrive, risponde con pazienza gentile alle tante telefonate che lo raggiungono, parla con gli amici che lo vanno a trovare. Forse è una deformazione dai film western che ho tanto amato in gioventù, ma il suo profilo, così deciso e segnato – mentre lo guardo parlare – mi ricorda quello di qualche nobile, saggio capo indiano che, dopo la tensione della battaglia e della “vita agra”, si distende, gli occhi accesi dal fuoco della passione, attraversati da un’ombra fuggevole di malinconia.

Sono ormai più di dieci anni che frequento Tadini, e, anche dopo tanto tempo, non mi sono abituato, continua a colpirmi – in un tempo di conformismo dilagante, di complici silenziosi e rassegnati – questa sua straordinaria, generosa curiosità intellettuale, questo suo essere, con lucida passione, testimone del suo tempo, questo suo sentire, come artista e come uomo, che gli compete una speciale responsabilità civile. Mi è capitato di discutere con lui di libri o di testi che avevamo letto, di artisti e di mostre, di avvenimenti politici – e il suo interesse non si limita agli eventi nazionali: quante volte mi ha chiesto delle vicende, talvolta pure misere, del governo della mia piccola città, quante volte ha letto e commentato le mie interviste o gli articoli “politici” che gli portavo… E quanto è appassionato il suo sguardo sui comportamenti sociali, sulla vita concreta della gente, sui gusti e sulle tendenze.
Ricordo, un giorno di un luglio caldissimo di qualche estate fa, che, per almeno un’ora, percorremmo – con una lentezza, dimentica del tempo, che contrastava con la frenesia generale circostante – un tratto di corso Buenos Aires, con Emilio che si tirava dietro la sua bicicletta da corsa e mi dipingeva il suo viaggio recente in Russia, quello che là aveva visto e scoperto… Lui è un uomo che ancora prova passione, sdegno, che non si rassegna alle macerie che coprono il mondo. Viviamo – per rubare il titolo dell’antico libro di Lillian Helmann – in un “tempo di furfanti”, in una palude di volgarità e di mediocrità dove ci sembra di affondare ogni giorno di più, in un deserto di progetti riempito dal trionfo della “opinione comune”, in un ottundimento generale dei sensi, della stessa ragione, dei sentimenti. La palude, la nebbia sono il luogo della paura, dell’angoscia del nulla; il deserto è il luogo delle tentazioni – e la tentazione che anche oggi ritorna e quella di ritirarsi, di vedere come sia possibile uscire indenni dalla bufera, pensando solo a se stessi.
Ci avvertiva Nietzsche: “il deserto cresce: disgrazia a colui che porta il deserto in sé stesso”. I dipinti di Emilio Tadini – come i suoi romanzi, le sue poesie, i suoi testi di critica d’arte o di costume – ci parlano del suo bisogno di vedere dietro la corteccia delle cose, di scrutare oltre l’opinione comune, di non fuggire di fronte alla drammaticità della storia e del vivere, di raccontarci, in poesia, la realtà del mondo, le sue esperienze, i suoi grandi sogni – che sono i sogni di tanti –, le sue visioni. (…)

Sandro Parmiggiani su Emilio Tadini

per la mostra a Reggio Emilia alla Galleria Galaverni

CONTINUA: > clicca qui per leggere la seconda parte del testo di Parmiggiani

I cataloghi delle mostre di Emilio Tadini sono in consultazione e prestito – per i soci – presso la biblioteca dell’Associazione Spazio Tadini di via Jommelli 24. Francesco Tadini e Melina Scalise saranno felici di ospitarvi – offrendovi un rinfresco, oltre alla biblioteca e alle mostre in corso – presso le sale della tipografia storica (ex tipografia Marucelli). Leggi online anche il magazine d’arte, fotografia, design e lifestyle Milano Arte Expo, realizzato dalla Casa Museo e dai suoi collaboratori.

Per contatti, mail e telefono di Francesco Tadini: francescotadini61@gmail.com , mob. +39.3662632523

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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