Mostre a Milano: Emilio Tadini a Studio Marconi, 1978 – intervista di Mario Perazzi

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mostre Milano: Tadini a Studio Marconi, via Tadino 15 – mostra “L’occhio della pittura” del 1978

Mostre a Milano: Emilio Tadini a Studio Marconi, 1978 – intervista di Mario Perazzi. Courbet ha detto: “ci vedo troppo chiaro, dovrei spaccarmi un occhio”. E Duchamp ha detto: “Courbet è un pittore troppo retinico”. Ecco, nelle dichiarazioni di due artisti così dissimili due volte la parola ” troppo” e sempre il riferimento all’occhio. Ed è appunto all'”occhio della pittura” che è dedicata la grande mostra di Emilio Tadini che si inaugura domani sera nella rinnovata sede dello Studio Marconi (in via Tadino 15 a Milano).

Fondazione Marconi

Emilio Tadini – monografia edita da Skira con Fondazione Marconi

Una esposizione su tre piani incentrata su un grande quadro lungo otto metri, dove l’occhio è il piatto forte di una cena onirico-conviviale. Tadini – 51 anni (ma ne dimostra 10 di meno), in prima linea nella cultura milanese fin da quando si laureò in lettere con una tesi su Carducci, passato attraverso “Politecnico”, prestigiose traduzioni, un romanzo, una sterminata attività di critico e saggista, arrivato alla pittura relativamente tardi ma ormai ampiamente museificato e unanimamente considerato il più colto dei nostri artisti – ha sempre amato le mostre a tema.

Qui, tuttavia, affronta, a nostro avviso con autorità e successo, il tema più impegnativo: quello della pittura. Il discorso di Tadini prende le mosse proprio dall’origine della figura, dal momento, cioè, in cui il bambino si stacca dal corpo della madre e vede quel grande corpo allontanarsi da lui, diventare appunto “figura”. “In quel vedere una figura – scrive Tadini auto presentandosi in catalogo – si fonda il vedere, il visibile”. E così il bambino, nei primi segni che traccia, tenta di richiamare, evocandone la figura, il grande corpo che si allontana. Nei suoi primi segni, il bambino “aggredisce la propria nostalgia” e traccia segni sul mondo. Ecco qui, nei quadri del ciclo, accanto ad evocazioni del grande corpo e a precisi rimandi iconografici, comparire i primi protagonisti del mondo del bambino, quelli che gli servono per costruire la sua cosmogonia, per vivere la sua realtà. Appunto i giocattoli, che Tadini rappresenta come frammenti, apparizioni che si allontanano dal nucleo centrale del quadro.
“Nel dipingere – dice ancora Tadini – come nei primissimi segni tracciati dal bambino, è proprio il corpo – la mano – che ripete quella separazione: sforzandosi di dominarla”.
Tadini, che cos’è per lei la pittura?
“È una specie di tentativo di mettere insieme da una parte una coscienza intellettuale e dall’altra una partecipazione fisica completa”.
Quando lei parla di partecipazione fisica, allude sempre al momento del distacco dalla grande corpo?
“Sì. È lì che cerco di vedere il senso della pittura. Nel momento in cui il bambino comincia a vedere il corpo della madre come una figura: è in quel momento che si rende possibile la conoscenza. E si rende possibile proprio nell’atto del vedere su cui si fondano tutte le possibilità del simbolico, alla base delle quali c’è sempre il ritorno alla grande corpo. Non per nulla si parla sempre di corpo del collettivo, di spirito di corpo nell’esercito eccetera.
Tadini, in che modo un pittore fa cultura?
“Un pittore, come una musicista, può fare cultura ricordando con il suo lavoro l’importanza del corpo, dei sensi. Una cultura fondata esclusivamente sulla parola, invece, rischia di scivolare in una non materialità del discorso, che può anche diventare pericolosa”.
Pericolosa in che senso?
“Una cultura di parola può facilmente illudersi di eliminare le contraddizioni e elaborare modelli teorici prescindendo dalla prassi, come se la prassi fosse prodotta solo dalla teoria e basta. E di elaborare progetti che risolvano la realtà, come se tutte le contraddizioni fossero sparite di colpo. Proprio perché una cultura di parola manca di quel senso del corporeo che rimette invece sempre tutto in discussione. Nella pittura non si può fare dell’utopia”.
Lei, dunque, respinge l’utopia?
“L’utopia non è assolutamente pittura. Non a caso, infatti, quelli che ora affermano che non si deve più dipingere hanno ridotto al minimo la pratica e, sempre non a caso, si sono definiti concettuali. Hanno lasciato soltanto l’allusione all’idea valorizzando l’aspetto che prescindeva del tutto dalla sensorialità e dalla figuralità della pittura. Nel momento culturale che stiamo vivendo, nonostante le apparenti dichiarazioni di materialismo, si tende ad un prevalere del concetto puro dello spirito. A quelli che si richiamano a Hegel per teorizzare la morte dell’arte bisognerebbe ricordare cosa ha detto Marx a proposito dei due Napoleoni: che la storia si presenta come tragedia e poi come commedia”.
Lei non pensa che la cosiddetta critica militante abbia delle responsabilità in tutta questa confusione?
“È un po’ il problema della separazione dei settori: c’è gente che si occupa d’arte trascurando tutti gli altri campi culturali, per cui evita un approfondimento globale. I dibattiti sulla morte dell’arte sono proprio un sintomo di questa separazione. È un problema grosso, che va ben al di là di una rilettura di Hegel: è una scelta fondamentale della civiltà occidentale”.
Lei pensa che un pittore, in quanto tale, possa fare politica?
“Direttamente no di certo: uno fa politica solo facendo politica. Anche se il discorso della pittura, come altri discorsi culturali, alla lunga può rappresentare un certo istinto liberatorio. Ma una pittore può far politica, al massimo, solo con manifesti”.
Lei pensa che ci possa essere una contraddizione tra le idee politiche di un artista è quello che l’artista produce?
“Sì è dato il caso, ad esempio, di un artista profondamente reazionario a livello di azione politica e profondamente rivoluzionario a livello di produzione, come Céline, che ci ha dato la prosa più liberatoria del nostro secolo”.
Quindi un artista come si inserisce nella società?
“Come sempre: mostrando alla gente delle cose che hanno un minimo di godibilità emozionale. La funzione della pittura è tutta lì. E poi come richiamo a una cultura che non è scorporata, che per definizione non può scorporarsi”.
Quando le chiedono che mestiere fa, cosa risponde?
“Non posso rispondere che faccio l’artista: un artista non si sa bene che cosa sia. L’arte è una pratica non teorizzabile. Uno è un pittore o uno scrittore o altro. Io rispondo che sono un pittore”.

Tadini

Tadini – Il ballo dei filosofi, trittico – 1995

Mario Perazzi intervista

Emilio Tadini

– da il quaderno numero 8-9 del 1 febbraio 1979 di Studio Marconi
La pubblicazione è disponibile in via Jommelli 24 allo Spazio Tadini – associazione culturale fondata da Francesco Tadini e Melina Scalise nel 2006 – sede dell’archivio letterario e pittorico di Emilio Tadini.

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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