Palazzo Ducale: i trittici di Tadini in mostra a Urbino nel 1999 – Profughi

Palazzo Ducale

Mostra Palazzo Ducale Urbino – Tadini, 1999

Palazzo Ducale: i trittici di Tadini in mostra a Urbino nel 1999 – Si intitola “Profughi”, ed è il testo in catalogo di Emilio Tadini per l’esposizione storica a Palazzo Ducale di Urbino.

Allegoria… Una pittura che, mostrando la propria figura, induca chi guarda a produrre lui qualche metamorfosi di quella particolare figura in qualcos’altro, in qualcosa di immateriale – ma come è immateriale il pensiero. Una pittura che, materialmente, induca chi guarda a pensare. Come se qualsiasi senso potesse essere soltanto il prodotto della macchina messa insieme dalla cosa guardata, e dallo sguardo, e dalle sensazioni e dai pensieri di chi guarda, dai suoi pensieri più o meno formati e da quelli che lui condivide con tanta altra gente – dai pensieri che sono nel mondo in cui lui, bene o male, vive. Se “senso” è, prima di tutto, il nome di un bisogno, forse l’allegoria è un modo per cercare di soddisfare quel bisogno. (Perfino mettere in scena l’assenza del senso è un modo per cercare di soddisfare quel bisogno).

Tadini

Tadini – dettaglio dal trittico Profughi, 1989

C’è una storia che va a finire – e che finisce – nel dipinto. E c’è una storia che, più o meno pigramente, dal dipinto prende inizio. Quello che il pittore cerca di fare è stabilire qualche connessione tra le due storie. E lasciare che, “in mezzo”, ci sia posto per una specie di respiro profondo dell’occhio.
Che il dipinto, prima di tutto, sia nuda apparenza, superficie. E, poi, che su quella nuda apparenza si diano da fare lo sguardo e il pensiero.
Nel congegno dell’allegoria ha la sua funzione anche quel piccolo vuoto che si apre per un attimo tra la materialità dell’immagine e l’immaterialità del pensiero appena chiamato in causa. Qualcosa che è lontana, allo stesso modo, dall’occhio e dalla mente. E che proprio in quel vuoto trova la sua figura piuttosto enigmatica. Forse potremmo chiamarlo un residuo metafisico – una specie di non inutile scarto di lavorazione.


Fare allegoria, in pittura, vuol dire aprire una scena – una certa scena, quella scena lì. Forse l’esatto opposto di ciò che si dà con il mistico. Voglio dire che l’allegoria ha a che fare con cose singole. (Se l’allegoria allude al “tutto” è solo mostrando la forma del connettere, del mettere in relazione).
Allegorie come minuscoli rituali. Liturgie ultrarapide, effimere…
Forse c’è un certo bisogno di qualcosa di simile a una rifondazione mitica. Miti non più “originari”. Miti di passaggio. Miti comici, anche. Piccole accensioni…
Collegare il sensibile con l’immaginario… L’allegoria vorrebbe essere una specie di superconduttore per l’energia necessaria a questa operazione.
Fare allegoria vuole anche dire pronunciare i nomi con molto rispetto, e qualche ansia, e sentendosi piuttosto coinvolti.


In fondo, ogni figura di un corpo, o di una cosa, è già una allegoria elementare di quel corpo, di quella cosa. Ogni figura, in fondo, parla d’altro. (La storia della figura del corpo, della pittura occidentale, è la storia del farsi e disfarsi del senso – dell’ansioso bisogno di un senso. Che atlante ne verrebbe fuori!).
Lo sguardo che va verso la figura mi sembra una buona metafora per rappresentare lo “spirito” che si realizza solo perdendosi nella cosa. Forse è come se l’allegoria avesse a che fare con tutto questo – con questo perdersi e ritrovarsi. Con questo cogliere il senso nell’ansia stessa che anima la ricerca del senso. Con questa specie di irraggiungibile prossimità del senso.
Interpretare vuol dire connettere. Ma ogni testo è il prodotto di un lavoro di connessione. Forse dovremmo pensare a un interpretare che in un primo momento si dedichi a un lavoro di sconnessione, alla rottura di quel sistema di relazioni che è un testo. Forse è in quel punto che l’allegoria mostra se stessa, la propria forma.
In parole possiamo dire: “Questa cosa non c’è”. (Che è un bel tour de force, a pensarci). Ma come si fa a negare qualcosa, l’esistenza di qualcosa, in pittura? Forse la pittura può usare la negazione solo allegorizzando – inducendo il pensiero a produrla lui, quella negazione. Se tutto è da vedere e basta, come a volte sembra pretendere la nostra “civiltà dell’immagine”, allora al posto del senso – di quella ansiosa ricerca del senso in cui il senso prende il corpo – resta, e si insedia, il vuoto. E, paradossalmente, quella che chiamiamo oggettività diventa la figura del niente.
Una allegoria può indurre a manifestarsi certi sogni dell’interpretazione.
È vero: in un modo o nell’altro l’allegoria ha a che fare con l’oscurità. Certe connessioni, le cerca, in quell’oscurità che lei stessa ha evocato, a tentoni. Ma questa presenza dell’oscurità nel sistema dell’allegoria ha una sua parte nella rappresentazione.
Questa mostra vorrebbe essere anche un omaggio a Max Beckmann – alla straordinaria forza allegorica della sua pittura.

Palazzo Ducale

Palazzo Ducale – mostra 1999 – Tadini, Insomnia Night, 1990, trittico

Emilio Tadini

per il catalogo della mostra a Palazzo Ducale di Urbino
I trittici 1989/1990

L’esposizione si è svolta nel 1999.

Il catalogo è disponibile in via Jommelli 24 a Milano presso l’associazione culturale diretta e fondata da Francesco Tadini e Melina Scalise: potrete consultarlo a Spazio Tadini.

Mail di Francesco Tadini: francescotadini61@gmail.com – telefono +39.3662632523

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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