Tadini e Flaminio Gualdoni – dialogo tra l’artista e il critico e storico dell’arte italiano, 1996

Tadini

Tadini – dettaglio da un’opera del pittore – archivio Spazio Tadini Milano

Francesco Tadini e Melina Scalise / Archivio opere e testi Emilio Tadini. Documenti e percorsi critici: Flaminio Gualdoni – Conversazione con Emilio Tadini, 21 novembre 1996. Tadini – Se ho rapporti stretti, negli anni Sessanta, li ho con la pop inglese. L’errore è di assumere sempre a paradigma l’esperienza americana. L’esperienza americana è stata uno stimolo, un reagente fortissimo per i nuovi discorsi sull’immagine: ma non dimentichiamo cosa c’era stato prima. Già nel decennio Cinquanta, prima ancora di mettermi a dipingere, in molti ragionavamo su nuove immagini possibili, che non fossero debitrici né del realismo socialista né del franare dell’informale.
E i nomi di riferimento erano Bacon, Giacometti e Matta. Se poi pensiamo a esperienze come quelle di un Richard Hamilton, di un Kitaj, di un Peter Blake, anche del primo Joe Tilson, possiamo ben capire come un largo spettro di cose pop sono ben lontane dalla pura assunzione dell’immagine mondana: e come sono, storicamente, europee. Del resto, ad analizzare senza mitologie i risultati ultimi di un Warhol, o le opere recenti di Jasper Johns, dobbiamo pur dirci che la pop americana è una via pressoché senza sviluppi possibili, che nasce e si chiude in quel momento. Non a caso a dimostrare la tenuta migliore è Lichtenstein, il più sottilmente intellettuale del gruppo.

TadiniFlaminio Gualdoni – E’ all’interno dell’orizzonte degli anni Cinquanta europei che nascono, d’altronde, mostre come “Possibilità di relazione”, di cui sei uno dei curatori, le ipotesi di nuovo racconto e, come si diceva allora, di figurabilità: penso al tuo interesse critico per un artista come Romagnoni. Ci ragionavi da critico, poi affronti le stesse questioni da pittore: l’atteggiamento criticistico mi sembra costante, mutato ciò che va mutato…

Tadini – …non mi sembra una posizione di intellettualismo, ma certo di critica sì: è un abbandono all’immagine, ma un abbandono subito riportato in qualche modo nel dominio razionale, alla volontà di interrogare il materiale e il processo pittorico. II fatto che molta dell’iconografia di riferimento provenga da altre pitture, metafisica in testa, è proprio l’opposto dell’adesione totale all’iconografia di massa che caratterizza la pop americana. Per me è sempre stato un continuo ripensare la tradizione del moderno, ad esempio, il suo stesso fondamento storico: la critica e la contaminazione consistono per me nell’appendere una foglia per sbilanciare i rettangoli rossi di Malevic: è analisi, ed è anche ironia, un altro ingrediente che ritengo irrinunciabile, che serve da “messa a terra” di ogni rischio intellettualistico superfluo.

Flaminio Gualdoni – Poste così le cose, credo sia legittimo chiedersi quanto, nel tuo atteggiamento, rimonti a cromosomi dada, soprattutto del dada purificato delle sue punte più “scandalose” e dissolutorie.

Emilio Tadini – Molto, spero. D’un dada, però, a sua volta sottratto al luogo comune. Con il passar del tempo, noto che di dada si tende a scordare la tensione etica limpida e forte, l’impegno nelle cose. Dada si pone nel clima specifico della guerra: ed elabora una struttura dell’assurdo per criticare profondamente il grande assurdo che si sta realizzando, che si sta vivendo. Se si tiene presente questo si capisce bene che dada non è una fuga dalla realtà storica, ma un’adesione profonda e definitiva, anzi. E’ uno dei monumenti della moralità del nostro secolo, altro che fuga…

Flaminio Gualdoni – Del resto c’è un versante costruttivo, propositivo di dada, soprattutto di area tedesca, al quale mi sembra tu abbia molto guardato.

Emilio Tadini – Una delle grandi rivelazioni della mia vita è stato Max Beckmann. Il Beckmann degli anni espressionisti vive in un clima in cui le sollecitazioni rimbalzano da dada all’espressionismo all’astrazione, in un crogiolo di idee fittissimo, omogeneo assai più di quanto le sistemazioni storiche facciano intendere: e in tutti la tensione morale è un dato non marginale. Certi elementi dada li ritrovi ancora nei grandi trittici di Beckmann. Si leggono attraverso strettissime maglie simboliche certe opere di Beckmann che, ove si adottassero i codici dadaisti adeguati, si spiegherebbero assai meglio. La libertà straordinaria di Max Beckmann, assai più estesa di quanto non possano far pensare certe sue intenzioni allegoriche, viene dal clima in cui dada agisce come humus forte.

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Francesco Tadini, insieme a Melina Scalise cura l’Archivio opere e testi di Emilio Tadini. Sede dell’Archivio è la Casa Museo Spazio Tadini in via Jommelli 24, Milano. Organo di informazione di Spazio Tadini è il magazine online Milano Arte Expo. 

Per informazioni: francescotadini61@gmail.com

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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