Valerio Adami: Achille Funi, pittore e insegnante all’Accademia di Brera

Valerio Adami

Accademia di Brera, nell’aula di Achille Funi: Silvio Livio Rossi, Attilio Forgioli, Funi, Valerio Adami, Claudio Nani, Domenico Manfredi

Valerio Adami: Achille Funi, pittore e insegnante all’Accademia di Brera – Tra i testi preferiti di Achille Funi, ricordo, c’era il Poussin di André Gide che tra l’altro, a mio parere, è ancora un libro di grande attualità: non un vero e proprio testo critico su Poussin ma piuttosto di poetica. E poi, naturalmente, con Achille Funi tutto era fermo a Raphael Mengs. Era Mengs il nostro trattato di pittura che per il lavoro, la tecnica del pittore, era sicuramente il testo prezioso che parlava al fare, al disegnare. Achille Funi insegnava soprattutto una metodologia, che sicuramente ho ereditato da lui. Una metodologia che fosse morale, etica, che fossero proprio una tecnica… Oggi è molto difficile parlare di tecnica, di ciò che una volta era patrimonio comune, tanto che in fondo Giulio Romano avrebbe potuto benissimo terminare un’opera di Raffaello. Adesso si cerca la rapidità, si ha il mito della firma e nessuno sarebbe in grado di continuare il lavoro di un altro: il patrimonio tecnico è diventato parte integrante all’operare di ciascuno.

La definizione della linea. Credo che per Achille Funi la linea fosse davvero la scorciatoia che bisognava prendere tra un punto e l’altro. Per altri poteva essere un labirinto, un continuo distrarsi, allungare il cammino tra due punti. Nei disegni di Achille Funi non c’è mai un tratto gratuito, mai un segno che sia traccia di un movimento nervoso… Tutto viene cancellato e ricancellato per arrivare definizione neoclassica della linea. Essa doveva rappresentare il modellato senza l’appoggio del chiaroscuro, dell’ombra. Era questa una vera e propria filosofia del disegnatore. Funi ci parlava spesso del Pollaiolo, perché nelle sue opere si trovavano quelli che Berenson considerava i valori tattili della linea. Con essa si doveva assolutamente riuscire a dar corpo al modellato.

Dal disegno alla pittura. Ovvero ciò che chiamo il passaggio dall’orizzontale e verticale… In Achille Funi c’era proprio una precisa volontà di costruire un’architettura con il disegno. Tanto che per lui, probabilmente, la pittura poteva essere addirittura considerata un disegno colorato. È molto difficile tracciare confini netti tra queste due pratiche. Ci sono pittori, e parlo principalmente di me, che pensano innanzitutto attraverso il disegno e usano successivamente il colore come critica al disegno stesso. Anche Achille Funi era un pittore che pensava attraverso il disegno, assolutamente. Come Picasso, per esempio. Tra l’altro era l’unico pittore contemporaneo verso il quale Achille Funi mostrasse una certa ammirazione. (…)
Achille Funi pittore colto. Non posso dire che fosse erudito come de Chirico e Savinio, ma non faceva affatto parte dei pittori ignoranti… Sapeva tutto quello che si doveva sapere a proposito della sua materia. In Achille Funi mancava la profondità: sarebbe stato un genio se avesse avuto, appunto, la genialità! In lui mancava l’enigma, un interrogativo, qualcosa veramente da dire. Il suo non era un grande messaggio. Aveva soltanto un solido concetto della bellezza classica da difendere, che certo non era cosa da buttare… Ma era un uomo colto. Conosceva i sofisti, i presocratici, Nietzsche… Ed erano veramente letture quotidiane, per lui. Così come, in fondo, non si sentiva un uomo fuori tempo. Lo era senz’altro! Ma sapeva tenere rapporti di buon vicinato con quello che succedeva attorno a lui. Era attento. Non partecipava, naturalmente! E questa è forse la ragione per cui i giovani ribelli come Gianni Colombo e Grazia Varisco hanno potuto reggere quattro anni con lui e con la pratica quotidiana del disegno che imponeva come regola ferrea. Ricordo che veniva sempre alle mie mostre; beh, era molto attento a quel che facevo, aveva uno strano modo di relazionarsi ai giovani, sicuramente più ricco e profondo di quanto il suo lavoro lasci intendere oggi.
La pittura murale. Credo si debba parlare soltanto di illusione più che di un vero e proprio messaggio sociale, anche se Achille Funi aveva firmato con Campigli e Carrà il Manifesto della pittura murale redatto nel 1933 da Sironi. E quelle di Achille Funi erano sicuramente le illusioni di un’epoca circa il nostro glorioso passato e l’aspirazione all’universalità. Un tempo la pittura era sedentaria e in questa sua sedentarietà risiedeva il senso della tradizione italiana. Oggi, tra l’altro, si assiste a un ritorno della pittura sedentaria forse perché le commissioni sono comprese nella nuova formula del mecenatismo americano. Per Achille Funi era importante soprattutto una certa idea del bello, che era educativa per se stessa. Ed eseguire un affresco, allora, invece di un’opera da cavalletto, voleva dire creare il bello per tutti, o perlomeno per molti. Mi viene in mente a questo proposito la sua proverbiale ossessione per gli attacchi; delle ginocchia, di un collo che doveva tenere. Anche se i suoi attacchi non sempre erano all’altezza dei suoi insegnamenti. La sua era un’ossessione assolutamente metafisica… Nell’idea del bello per Achille Funi stava tutta la sua sensibilità; c’era tutto il senso della proporzione, degli equilibri. A lui non importava nulla del sociale come, invece, a Sironi. Per questo in fondo aveva ritrovato i miti di Ferrara: gli permettevano una metafora totale! Sì, erano queste le illusioni del povero Achille Funi, illusioni sicuramente fuori tempo.
Il suo senso del tragico. In fondo Achille Funi faceva suo ancora il pensiero di Winckelmann e di Lessing i quali sostenevano che il vero momento culminante della tragedia fosse quello appena prima del grido, quando nel silenzio si addensa tutta la “intensità sottomarina”. In questo attimo infatti si sostanzia la relazione tra il movimento lieve della superficie del mare e il grande, tempestoso sommovimento delle profondità. È certamente una posizione neoclassica comune a Poussin e a Achille Funi, e in un certo senso anche a me, per affinità.

Achille Funi non concedeva mai alle proprie figure rappresentate la casualità di un gesto, la spontaneità di un urlo. Didone abbandonata, nell’attimo in cui il grido non è ancora espresso, si limita a guardare l’orizzonte, immobile, pietrificata…
La sua adesione al fascismo. Ho conosciuto Achille Funi negli anni del secondo dopoguerra. Allora non parlava mai del suo passato fascista ma, devo dire, non parlava mai di politica in senso generale. In quegli anni anche tra noi giovani artisti, allievi di Brera, si discuteva molto poco di queste cose. Achille Funi aveva superato con il silenzio in grande imbarazzo della situazione italiana dell’immediato dopoguerra. Si era comportato un po’ come Heidegger, facendo i dovuti distinguo, che non aveva mai più detto una parola sulla sua appartenenza al nazismo. In fondo, una posizione che va rispettata. Del resto credo che l’adesione di Achille Funi al fascismo fosse dovuta soprattutto al fatto di avere male interpretato, ma in modo positivo per lui, il ritorno al passato, alla cultura classica, all’antichità romana. Sotto questo punto di vista, il fascismo era senz’altro una posizione ideologica affascinante, per lui.

Le licenze surrealiste. Achille Funi era certamente una roccia: nessuno avrebbe potuto allontanarlo dalle sue concezioni e ideologie. Però, è vero, si prendeva delle licenze… Il passaggio dal mondo verso la metafisica, che avevano compiuto ben altrimenti anche de Chirico e Savinio, era davvero il più facile che si potesse fare. E questa metafisica non la trovava intellettualmente ma con incredibile incoscienza e naiveté… Nel surrealismo! In questo c’era una grande contraddizione! Ma a lui non importava in fondo granché di mettere in scena un tema mitologico o una natura morta surrealista: lo interessava, forse di più, che una conchiglia fosse dipinta nei dettagli. Il surrealismo era anche sentito, probabilmente, come una necessità di modernità, con tutta l’ingenuità che ciò comportava. Era un uomo molto ironico… Se la rideva sempre sotto i baffi. Forse queste licenze sono da mettere anche in relazione con i suoi amori: mi pare che Achille Funi avesse vissuto a Parigi con Léonor Fini per un certo periodo di tempo…

Valerio Adami

– dal catalogo della mostra ” la scuola di Funi”, Mendrisio, 1988

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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