Van Gogh, La camera da letto – l’analisi di Emilio Tadini in L’occhio della pittura

Van Gogh Camera da letto

Van Gogh Camera da letto – dettaglio – il capolavoro analizzato da Tadini con il saggio L’occhio della pittura

Van Gogh La camera da letto: l’analisi di Emilio Tadini in L’occhio della pittura (editore Garzanti, Gli Elefanti Saggi, 1995). Cose povere. Un letto grande, due sedie impagliate, un tavolino… Cose povere nello spazio limitato di una camera in una casa di campagna.

Van Gogh Camera da letto

Van Gogh Camera da letto (1888)

Alla forma delle cose, questa pittura sembra congiunta indissolubilmente. Le cose ci sembrano fatte soltanto di pittura. Il colore della pittura non sembra “ricoprire” simbolicamente un materiale – il legno, per esempio. Il colore della pittura sembra farsi quel materiale, sembra farsi legno – con la consistenza, con il peso del legno. Una piccola transustanziazione…

Ma questa pittura, nella forza straordinaria della sua evidenza materiale, sembra anche autonoma, separata, lontana dalle cose di cui vuole edificare la figura. Tanto che la concretezza delle cose raffigurate ci sembra di poterla ricostruire soltanto deviando, passando attraverso qualche convenzione, praticando qualche minima macchinazione simbolica, addirittura qualche ricordo.

È l’assoluta prossimità della pittura non solo alla forma della cosa rappresentata, ma anche al materiale di cui quella cosa è fatta, è l’identificarsi della pittura con quella forma, con quel materiale, o è la lontananza della pittura, la sua inarrivabile autonomia, o sono tutte due le condizioni contemporaneamente – una specie di vertiginoso andirivieni – a produrre l’effetto di enigma che in fondo – alla fine – sembra prodursi entro l’assoluta limpidità di questa rappresentazione?

Emilio Tadini L'occhio della pittura

Emilio Tadini L’occhio della pittura

Forse per identificare l’enigma proposto dalla trasparenza di questo dipinto, noi, affidandoci per un momento alla sola pittura, facendoci guidare soltanto dalla pittura, dovremo attraversare la forma delle cose che vediamo e andare al di là di quella forma – seguendo la direzione che vorremmo ci portasse verso “il senso del dipinto”.

Dopo questa specie di viaggio, il piccolo enigma che ci interroga potremmo forse riuscire a formularlo in modo un po’ più distinto. Perché forse a quel punto le cose, quelle cose che abbiamo lasciate indietro – letto, tavolino, sedia e tutto – adesso si farebbero sentire, si farebbero sentire nella semplice consistenza del loro disporsi ad una funzione, ad un uso: nel loro disporsi “naturale” a una specie di senso puramente e semplicemente materiale. In qualche modo, le cose ci farebbero sentire la loro voce, ci chiamerebbero.

E allora, sollecitati da quel richiamo, noi potremmo capire che la domanda da fare dovrebbe essere pressappoco questa: “come può il senso darsi – per intero ed esplicitamente – in una figura? E nella figura, oltre a tutto, di cose assolutamente comuni?”. E se così fosse formulata la domanda, la risposta, assolutamente semplice, non potrebbe essere che questa: “Per forza di pittura”. Il dipinto, davanti ai nostri occhi, si ricomporrebbe.

Rappresentazione… Cerchiamo di pensarlo, il senso letterale di questa parola. Nella rappresentazione che questo dipinto ci offre, qualcosa che noi ci sentiamo di poter definire “grande”, o addirittura “fondamentale”, è portato alla presenza, reso presente.

“Essere presente” vuol dire sostanzialmente essere manifesto e stare nella prossimità – non solo nella prossimità spaziale, ma anche, potremmo dire, in quella che potremmo chiamare la prossimità psichica.
“Esserci presente” vuol dire anche venirci incontro. Vuol dire offrirsi a noi. Vuol dire offrirsi alla nostra percezione, alla nostra vista – o comunque a ciò che noi chiamiamo “La nostra capacità di sentire”.

Noi usiamo spesso la parola “sentire” in senso metaforico. La usiamo per indicare uno stato – una condizione – che, paradossalmente, non avrebbe rapporto con nessuno dei nostri cinque sensi. Qualcosa di quasi immateriale. Anche se a volte usiamo la parola “sentire” riferendoci alla nostra capacità di usare dei nostri cinque sensi con una intensità ed una concentrazione del tutto particolari.

Quante cose ci stanno intorno senza esserci presenti – occultate, per così dire, dalla irrilevanza in cui noi le lasciamo, in cui noi le confiniamo! È come se, ogni giorno, il nostro sguardo passasse da parte a parte oggetti, persone e situazioni, senza neanche percepirli. Come se le nostre orecchie fossero chiuse al loro richiamo.

Qualcosa può venire verso la presenza quasi “fatalmente”. Qualcosa può venire verso la presenza addirittura per pura forza meccanica. Ma niente può essere davvero presente – la presenza cioè non si realizza – se volontà e desiderio non agiscono in colui al quale la presenza si manifesta.

Mentre guardiamo la Camera da letto, sentiamo che il nostro desiderio e la nostra volontà sono sollecitati, irresistibilmente convocati. Ma sentiamo anche agire, “sullo sfondo” con forza, la volontà e il desiderio del pittore – della pittura.

Di fronte a questo dipinto – di fronte a queste cose dipinte – ci viene da pensare e da dire: “forse, nella lingua della pittura, l’equivalente della parola “essere”, si dà nella capacità della pittura di rappresentare le cose, di portare le cose nella presenza, di insediarle stabilmente nella presenza”.

E poi, di fronte a questo dipinto, ci viene anche da pensare da dire: “nella lingua della pittura, soggetto e predicato sono congiunti indissolubilmente”.

In questo dipinto è come se Van Gogh, nominandola in una figura, avesse sottratto qualcosa al Niente – e per sempre, definitivamente. Un “Alzati e viene fuori!” irresistibile, gridato a qualche Lazzaro chiuso al buio nel sepolcro dell’insignificanza.

Forse qui il fare della pittura evoca anche il fare di chi ha fabbricato materialmente questi oggetti – il letto, il tavolino, la sedia… Forse qui il fare della pittura evoca il fare dell’artigiano, la sua “operosità”: e cioè il suo darsi all’opera, il suo farsi “simile” all’opera. Il prodursi dell’arte dell’artigiano nel congiungere materia e forma. Nel dare, in tutta semplicità, un destino alla materia.

Van Gogh è olandese. Nel XVII secolo la pittura olandese inventa – per la cultura occidentale – una sistema iconografico del tutto nuovo. Lasciano da parte, gli olandesi, il modello del grande teatro teologico della pittura italiana – sulla scena del quale, peraltro, passano attori di ogni tipo compresi i più terrestri.

Quietamente, trionfalmente, gli olandesi portano nel campo di energia dell’arte figurativa il mondo dell’immanenza più immediata, il mondo dei gesti quotidiani, delle semplici azioni degli uomini. E il mondo delle cose – le cose che nella forma fabbricata portano l’impronta di quei gesti e di quegli atti.

Stanno con i piedi per terra, letteralmente, i personaggi, in questi dipinti. Nei dipinti italiani molto spesso – non solo per le esigenze del culto ma anche per una specie di attitudine ormai introiettata dalla pittura – i personaggi volano, stanno per aria.

Per i pittori olandesi del XVII secolo è come se il senso religioso fosse prima di tutto senso del rapporto dell’uomo con il mondo – con le cose.

Nella pittura olandese del XVII secolo è come se, continuamente evocato dalle cose fabbricate – spazi, interni ed esterni, cose di uso comune – il fabbricare, il fare proprio dell’uomo, così intensamente evocato, avesse prima di tutto la funzione di esprimere il consenso e la lode dati dall’uomo, in coscienza e libertà, a Dio – a Dio non in quanto pura essenza spirituale ma in quanto Dio creatore – che è come dire Dio “operoso”. Già, l’operosità di Dio. A proposito di immagine e somiglianza…

Davanti ai dipinti della pittura olandese del XVII secolo, guardando i semplici gesti compiuti dall’uomo nella sua casa, tra le sue cose, abbiamo l’impressione di assistere ogni volta a una piccola cerimonia. Una specie di solennità domestica. Viene in mente “l’eterna domenica della vita”…

In ogni cerimonia anche il più piccolo atto ha un senso. Ogni cerimonia ha una specifica funzione celebrativa. Si rievoca qualcosa rendendole gloria. Rendendo gloria al senso che la sostiene.

Torniamo nella stanza di Van Gogh. In pochi altri dipinti la cosa dipinta è presente a chi guarda con altrettanta forza, con altrettanta intensità. E, nello stesso tempo, con altrettanta semplicità.

È tale, questa forza, così sovrabbondante, così attiva, che chi guarda viene portato del tutto naturalmente nello spazio eccitato della presenza.

Non è, chi guarda, qui, spettatore e basta. Si sente parte integrante, anche lui, di un organismo in tensione. Di una emergenza. Chi guarda questo dipinto sente se stesso nell’atto di partecipare intimamente a una specie di cerimonia. Una cerimonia elementare – ma di grande rilevanza.

Attraverso il dipinto, attraverso la figura dipinta di queste cose, è come se noi sperimentassimo qualcosa che si potrebbe chiamare una “mistica dell’immanenza”.

Ma queste cose – il letto, le sedie, il tavolino e tutto il resto – non appaiono certo nel modo in cui si dice che “appaiono” un dio, o Gesù, o la Madonna, o un santo. Non appaiono nel senso che, essendo puro spirito, si danno per un attimo ad abitare una connessione materiale, tanto per rendersi percepibili ai nostri occhi.

Qui la materia – il legno soprattutto, quel legno comune, non particolarmente pregiato – è al posto più alto. Potremmo dire che questa materia è la verità stessa della “apparizione”.

Chi avrebbe il coraggio di parlare di “cose inanimate” davanti a questo letto, a queste sedie, a questo tavolino dipinto?

Guardando nel dipinto la figura di queste cose, potrebbe venirci da dire: “Questo legno è caldo”. Ma “caldo” è il legno che in realtà nel dipinto non c’è, o invece caldo è il colore, la pittura – presente materialmente – che rappresenta per noi quel legno in quanto materialità evocata? Questa potrebbe essere una di quelle domande apparentemente quasi insignificanti ma che in realtà ci portano a capire cose di qualche importanza. Anche se sono domande a cui forse non occorre neanche che ci sforziamo di rispondere con precisione.

Ci sono domande che, così come si danno – prima di ogni risposta, fuori di ogni risposta – sono in grado di “lavorare” il pensiero. E qui la parola “lavorare” è usata nel senso in cui la usiamo quando diciamo che un agricoltore – con la sua macchina – “lavora” la terra.

Potremmo dire: è come se l’anima, o forse, più semplicemente, è come se il desiderio del pittore, in qualche modo usandone, avesse lasciato la sua impronta sulla forma di queste cose. (…)

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Potete trovare il saggio di Emilio Tadini L’occhio della pittura in consultazione e prestito anche presso l’Assoziazione Culturale e Casa Museo Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Spazio Tadini, fondato da Francesco Tadini e Melina Scalise è sede dell’Archivio Generale delle opere dell’artista, parte delle Case Museo di Milano Storie Milanesi e di Anime Nascoste, rete di spazi milanesi dediti – anche almeno in parte – alla cultura e all’arte, in tutti i suoi aspetti. La rete di Anime Nascoste è fondata dal regista teatrale e giornalista Alberto Oliva che cura anche l’omonima rubrica sul quotidiano Il Giorno. In edicola – e presentata a Palazzo Reale – la guida Scoprire Milano che traccia mappa e presentazione di tali luoghi culturali e di intrattenimento.

A Spazio Tadini si tengono mostre d’arte – personali e collettive – con taglio storico e, molto spesso, dedicate ad artisti emergenti. Oltre alle esposizioni, nella sede storica di via Jommelli 24 (in zona Loreto / Lambrate) Melina Scalise e Francesco Tadini realizzano un programma di spettacoli, concerti, presentazioni editoriali, convegni e degustazioni enogastronomiche.

Francesco Tadini

Francesco Tadini è fondatore e direttore artistico di Spazio Tadini in via Jommelli 24 a Milano. Casa Museo e archivio delle opere di Emilio Tadini, sede di mostre ed eventi. Location.

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Una risposta

  1. Roberto Cerlesi ha detto:

    Alla fine la realtà, bella o brutta, è solo quello che percepiamo, l’unica cosa che ha senso condividere con gli altri sono le nostre differenze. Questa è la testa di Van Gogh non la sua stanza.

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